Rossini: Stabat Mater – Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Mozart Sinfonia n. 38 K 504 “Praga
Rossini Stabat Mater

12/01/2015, Auditorium Parco della Musica, Sala Santa Cecilia in Roma

Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia
direttore

Erika Grimaldi soprano
Varduhi Abrahamyan mezzosoprano
Antonino Siragusa tenore
Ildebrando D’Arcangelo basso

Sala S. Cecilia, Auditorium Parco della Musica, 12/01/2015
Sala S. Cecilia, Auditorium Parco della Musica, 12/01/2015

Ieri sera il maestro Nicola Luisotti, attualmente direttore musicale dell’Opera di San Francisco, ha donato al vasto pubblico in sala un programma veramente degno di nota.

La prima parte è occupata interamente dalla brillante Sinfonia “Praga” di W. A. Mozart (una delle sue ultime quattro tra le quali è presente anche la celebre “Jupiter”).
L’Adagio dai toni drammatici scioglie la sua tensione nell’Allegro dove tutto l’ensemble si esprime al meglio: il ritmo sincopato e lo sviluppo del tema sono eseguiti magistralmente e diretti con vero entusiasmo senza mai tralasciare quelll’armoniosità piena di brio che ben si confà allo spirito mozartiano.
Meno entusiasmante è l’Andante giocato tutto sull’imitazione del un tema principale ma necessario ad esaltare il Presto che conclude la sinfonia dove archi e legni  fanno da padroni.
Alla fine ovviamente applausi scroscianti per un’orchestra diretta al meglio.

Dopo l’intervallo ecco finalmente il genio rossiniano scatenarsi sul palco: lo Stabat Mater.
Il primo numero è ovviamente lo Stabat Mater Dolorosa di tutt’altro spirito rispetto a quello di Pergolesi forse più noto. I toni sono meno sommessi ma ugualmente drammatici e interessanti sono i colori che emergono dalla quasi instabile armonia che dall’orchestra passa al coro per poi terminare in una lunga coda ripetuta.
Il tenore Antonino Siragusa fa il suo ingresso con Cujus animam gementem nel quale mostra grande efficacia espressiva e resa stilistica; l’unico appunto forse sono i salti di ottava in cui passa da un registro più acuto ad uno più grave nei quali si avverte lo stacco, cosa che però ritengo quasi inevitabile. Degno di nota il cimento impiegato per il Re bemolle acuto nella cadenza finale.

Con il duetto Quis est homo qui non fleret entrano in scena soprano e mezzosoprano.
Da programma avrebbe dovuto cantare Maria Agresta che per motivi di salute non ha partecipato alle serate e quindi in sostituzione c’era il soprano Erika Grimaldi anche lei, probabilmente, non nel pieno delle sue forze.
È la cantante che convince meno: sembra sforzarsi in alcuni acuti (vedi “inflammatus” pronunciato “Onflammatus”) e, anche se la voce c’è (talvolta giunge anche a sovrastare gli altri) risulta stridente poco in sintonia con le altre.

Bravissimo il mezzosoprano armeno Varduhi Abrahamyan con un timbro pieno di vigore e colore: voce pastosa soprattutto nella sua cavatina in cui i salti di registro sono eseguiti con maestria, anche la dizione è notevole.

Ildebrando D’Arcangelo: un nome una garanzia; il fiore all’occhiello della serata, conquista tutti l’aria Pro peccatis suae gentis e Eja, Mater, eccezionale il fraseggio e la pienezza dei suoni.
La sua chiarezza ed espressività si fonde con le altre voci nel quartetto Sancta Mater, istud agas: il brano più coinvolgente ed ampio grazie alla varietà e al dialogo tra i diversi motivi, una sorta di rondò con ripetizioni: vera chicca le quattro note discendenti Dob, si, la, fab di “agas”, “vulnerati”, “praeclara”.

Di forte impatto anche la parte finale lasciata al coro, una fuga al suon di In sempiterna saecula che lascia nel pubblico l’inevitabile desiderio di applaudire artisti veramente preparati e diretti da una sapiente bacchetta.

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