Turandot – Teatro alla Scala

Musica di Giacomo Puccini (Finale di Luciano Berio)
Teatro alla Scala, 05/05/2015

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala

Produzione dell’Opera Nazionale Olandese, Amsterdam

Direttore Riccardo Chailly
Regia Nikolaus Lehnhoff
Scene Raimund Bauer
Costumi Andrea Schmidt-Futterer
Luci Duane Schuler
Coreografia Denni Sayers

Turandot Nina Stemme
Altoum Carlo Bosi
Timur Alexander Tsymbalyuk
Calaf Aleksandrs Antonenko
Liù Maria Agresta
Ping Angelo Veccia
Pang Roberto Covatta
Pong Blagoj Nacoski
Mandarino Gianluca Breda
Principe di Persia Azer Rza-Zade
Prima Ancella Barbara Rita Lavarian
Seconda Ancella Kjersti Odegaard

Tanto si è parlato di questa Turandot messa in scena dal Teatro alla Scala in occasione di EXPO, sia a causa delle polemiche sindacali connesse al debutto del primo maggio, sia a causa della coincidenza con l’inaugurazione dell’esposizione universale ­– che sta ‘etichettando’ qualsiasi evento abbia luogo in questi giorni  sia soprattutto per l’interesse nei confronti del ritorno al Piermarini di Riccardo Chailly, dopo la Messa di Verdi della scorsa stagione. Ebbene partirò con il dire che questa produzione, pur lungi dall’essere perfetta, mi è piaciuta.

Allo spettacolo ha giovato, in primis, l’eccezionale direzione del M° Chailly che ha portato i complessi scaligeri a livelli che vengono raggiunti solo con una bacchetta di talento come la sua. L’orchestra non ha mostrato il minimo scollamento né la più piccola sbavatura; stupendo il suono degli ottoni, esaltante l’apporto delle percussioni che è stato ulteriormente sottolineato dalla lettura fortemente drammatica del direttore. Fin dai primi accordi, la scelta di fare di Turandot un’opera della crudele freddezza del potere è chiara, poco spazio è lasciato al sentimentalismo ed il finale di Berio, che per certi versi potrebbe conciliare una visione più romantica, non basta a rovesciare questa linea interpretativa. D’altro canto, rimane certamente lo struggimento per il dolore di Liu e del vecchio Calaf così come la musica torna a risuonare di echi fiabeschi quando sono sulla scena i tre personaggi grotteschi di Ping, Pang e Pong.

Turandot, atto I
Turandot, atto I

La direzione trova un corrispettivo nella regia di Nikolaus Lehnhoff e nell’efficace ma forse alla lunga un po’ ripetitiva scena unica di Raimund Bauer. Questa rappresenta un soffocante bunker rosso sangue con balconi che ricordano torrette di controllo sui tre lati. Il popolo è militarmente inquadrato ed indossa maschere – di cui si liberano simbolicamente nel finale secondo dopo la prima sconfitta di Turandot – che annientano l’individualità, mentre la Principessa nel primo atto e l’Imperatore nel secondo appaiono in un tondo che si apre sul fondo rivelandosi anche grazie ai surreali ed ingombranti costumi di Andrea Schmidt-Futterer come dei ex machina. Nel finale la coppia di protagonisti si dirigerà fuori dal bunker claustrofobico verso una luce proveniente dal fondo, mentre al centro rimane il corpo senza vita di Liu. Anche i costumi e la resa registica dei tre buffi ministri imperiali si rivela convincente, in particolare la trovata di recitare parte del primo quadro del secondo atto in proscenio davanti ad un telo rosso a mo’ di sipario. Altre scelte della regia ci sono parse meno condivisibili ma saremo clementi e sorvoleremo.

Turandot, finale III

Dal punto di vista vocale, si sa che l’opera è destinata a diventare l’opera del tenore prima ancora che dei due soprani ma proprio Aleksandrs Antonenko nel ruolo di Calaf è certamente l’elemento di più forte criticità – usiamo questa perifrasi – della serata. Il suo problema principale è la mancanza di un fraseggio degno di un cantate di primo livello come si richiederebbe per il ruolo; la sua linea di canto continuamente spezzata, unita ad un timbro poco piacevole, conferisce al personaggio un’aggressività esagerata. Questo modo di cantare, accompagnato da mezzevoci poco ricche e da un’intonazione a tratti non impeccabile, lo penalizza evidentemente nella sua prima romanza Non piangere, Liú!. Nella scena degli enigmi il tenore è certamente più efficace ma non può bastare un volume comunque buono e qualche acuto spinto a risolvere l’intera opera. Risolve senza entusiasmare il celeberrimo Nessun dorma nel quale ancora una volta la salita al si naturale appare forzata e non travolgente.

Turandot, atto II, Scena degli enigmi

Convince certamente di più Nina Stemme, affermata cantante wagneriana, come Turandot. La tecnica e il timbro sono nel suo caso ottimi. La voce è potente ed equilibrata nei vari registri, sa toccare anche corde più dolenti quando, cantando In questa reggia e dosando con sapienza le dinamiche, ricorda le violenze subite dall’anziana progenitrice. Talvolta però il suo canto dovrebbe essere arricchito di qualche legato in più e soprattutto trovo inaccettabile che per risolvere con energia i passaggi più ardui della scena degli enigmi e  dell’inizio del terzo atto le consonanti sostanzialmente spariscano e le vocali tendano a diventare tutte ‘a’.

Come spesso capita, il trionfo della serata è andato a Liu, ovvero a Maria Agresta. Il soprano però si è davvero meritata ogni applauso. Nel primo atto canta Signore, ascolta! in modo magistrale: la voce corre sempre sul fiato e si inerpica con facilità verso l’acuto, le frequenti e preziose mezze voci sono ricche di armonici, il timbro è morbido e rotondo. Ella non fa di Liu una bambina in balia del fato ma delinea una donna sicura di sé e capace di rivolgersi persino a Turandot con accento deciso e accorato (Tu che di gel sei cinta).

Bravo anche il Timur di Alexander Tsymbalyuk, basso con robusta voce brunita. Dopo la sublime aria di Liu che ne precede la morte, è l’anziano padre a piangerla e a regalarci, grazie alla bravura del cantante, uno dei momenti più toccanti dell’opera.

Per quanto riguarda Ping (Angelo Veccia), Pang (Roberto Covatta) e Pong (Blagoj Nacoski), ho già detto della riuscita dal punto di vista della recitazione. La resa vocale è però meno efficace: il baritono è certamente il migliore, pur cantando a tratti in modo un po’ approssimativo. La voce di Covatta è invece piuttosto nasale e tende a diventare falsetto nell’acuto. Nacoski è forse più corretto ma la voce è fin troppo modesta.

È efficacemente solenne e regale la bella voce di Carlo Bosi come Altoum mentre risulta poco musicale quella di Gianluca Breda (Mandarino). Ottimi gli interventi dei restanti tre membri del cast (Principe di Persia, Azer Rza-Zade; Prima Ancella, Barbara Rita Lavarian; Seconda Ancella, Kjersti Odegaard)

Al termine applausi sentiti per tutti con grida di esultanza per Agresta e Chailly.

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