Iphigénie en Tauride – Festival di Salisburgo

19/08/2015, Haus für Mozart

I Barocchisti
Coro della Radiotelevisione Svizzera, Lugano 

Diego Fasolis, Musikalische Leitung
Moshe Leiser e Patrice Caurier, Regia
Christian Fenouillat, Bühne
Agostino Cavalca, Kostüme
Christophe Forey, Licht
Gianluca Capuano, Choreinstudierung
Christian Arseni, Dramaturgie

Cecilia Bartoli, Iphigénie
Christopher Maltman, Oreste
Rolando Villazón, Pylade
Michael Kraus, Thoas
Rebeca Olvera, Diane
Rosa Bove, Une femme grecque
Marco Saccardin, Un Scythe
Walter Testolin, Le Ministre
Laura Antonaz, Elena Carzaniga, Mya Fracassini, Caroline Germond, Elisabeth Gillming, Marcelle Jauretche, Francesca Lanza, Silvia Piccollo, Nadia Ragni, Brigitte Ravenel, Prêtresses

La seconda cronaca dal Festival di Salisburgo riguarda la rappresentazione di Iphigénie en Tauride, uno dei capolavori di Gluck e forse l’opera più rappresentativa degli ideali di riforma del genere da lui portati avanti.
La recita a cui abbiamo assistito riproponeva uno spettacolo di ambientazione contemporanea prodotto dal Festival dai registi Moshe Leiser e Patrice Caurier. L’idea registica fondamentale è quella di ambientare lo spettacolo in un periodo di guerra e fare di Ifigenia e delle sacerdotesse delle prigioniere costrette a vivere in condizioni derelitte, rinchiuse in una stanza squallida e spoglia. Tale intenzione tuttavia ha fatto sì che lo spettacolo si giocasse tutto sui toni grigi della violenza degli Sciti-carcerieri sulle donne e sui prigionieri, anch’essi abbrutiti dalla guerra. In questo modo però la tragédie lyrique gluckiana perde la grandiosità tragica dei personaggi che il testo eredita da Euripide, divenendo semplicemente denuncia della violenza. La scelta poi di sovrapporre alla musica iniziale del temporale rumori di elicotteri e bombardamenti, coprendo di fatto l’orchestra è stato elemento fastidioso e, a mio parere, inaccettabile. Nel quarto atto Oreste, che nell’ottica dello spettacolo così come è stato realizzato non si capisce perché dovrebbe essere ucciso da Ifigenia, anch’essa prigioniera, compare in scena completamente nudo, salvo poi doversi coprire le parti più intime con le mani per tutto l’atto.

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Fortunatamente va meglio dal punto di vista musicale con I Barocchisti diretti da Diego Fasolis. Il Maestro sembra preferire una lettura dell’opera opposta a quella della regia, tutta incentrata sui colori del lamento della triste Ifigenia, con pochi sprazzi di vivacità.
Il ruolo eponimo era interpretato dalla vera star e beniamina del Festival: Cecilia Bartoli. Il soprano, certamente dotato di solida tecnica e di totale controllo della voce, ha però un volume che la avvicina molto di più alle comprimarie sacerdotesse e solo l’attenzione del Maestro Fasolis nei suoi confronti la può salvare. Il ruolo poi, privo di qualsivoglia artificio barocco ed anzi piuttosto piatto da un punto di vista melodico, non è per nulla nobilitato da una voce povera anche nel colore.
Il migliore della recita è sicuramente stato Christopher Maltman come Oreste. Il baritono, oltre ad avere una voce voluminosa, canta la parte con i giusti colori e controllo del volume e regala al pubblico i momenti più riusciti della serata,  fra i quali particolarmente bello è il duetto del terzo atto con Pilade. La parte del fido amico era interpretata da un altro divo: il tenore Rolando Villazón. La sua interpretazione, come spesso capita negli ultimi tempi, risulta essere monotona e alla lunga noiosa, con una voce sempre troppo aggressiva e priva di mezze voci di sostanza. Lo slancio eroico, pur presente, non è mai travolgente e la voce leggermente sporca.
Grossa ma un po’ rozza la voce di Michael Kraus come Toante; bene le numerose, non due come vorrebbe lo spartito originale, sacerdotesse così come l’intervento finale della divina Diana.


Al termine applausi trionfali per gli interpreti mentre sonore contestazioni mischiate ad applausi sono state rivolte ai responsabili della messinscena.

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