Le nozze di Figaro – Teatro sociale di Como

Commedia per musica in quattro atti.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart.
Libretto di Lorenzo Da Ponte, dalla commedia Le Mariage de Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais.

Coproduzione Teatri di OperaLombardia da un allestimento del Teatro San Carlo di Napoli

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia

Direttore Stefano Montanari
Regia Mario Martone
ripresa da Raffaele Di Florio
Maestro del coro Dario Grandini

Contessa Federica Lombardi
Conte Vincenzo Nizzardo
Susanna Lucrezia Drei
Figaro Andrea Porta
Cherubino Cecilia Bernini
Bartolo Francesco Milanese
Marcellina Marigona Qerkezi
Basilio Matteo Macchioni
Curzio Ugo Tarquini
Barbarina Giulia Bolcato
Antonio Carlo Checchi

Da diverse stagioni il Circuito Lirico Lombardo, che ha mutato il nome in OperaLombardia, insieme con ASLICO, offre al suo pubblico produzioni di qualità invidiabile, riscuotendo successi e riuscendo recita dopo recita a riempire i teatri. E così è stato anche per la prima di questa breve ma intensa stagione che va da fine settembre a gennaio e che vede in cartellone Le nozze di Figaro, Don Pasquale, La bohéme con la direzione del già acclamato Giampaolo Bisanti, Un ballo in maschera e La scala di seta per la regia di Micheletto.

Scena e Teatro prima della recita
Scena e Teatro prima della recita

Dopo la discussa inaugurazione dello scorso anno con Don Giovanni con l’esuberante regia di Graham Vick, prosegue la messainscena del Mozart-Da Ponte. Quest’anno però, invece di una regia pensata ex novo, OperaLombardia ha scelto di riprendere uno spettacolo di successo prodotto già diversi anni fa per il Teatro San Carlo di Napoli da un regista autorevole come può essere Mario Martone. Le idee fondamentali da cui scaturisce il teatro di Martone sono due. In primis, l’azione deve fluire ininterrottamente superando la divisione in numeri chiusi e persino in atti come se lo svolgimento della vicenda e quindi del tempo non potesse essere ingabbiato da esigenze musicali o teatrali. Inoltre, la necessità dell’abbattimento della cosiddetta quarta parete infrange la distanza che nel teatro d’opera spesso si avverte fra palcoscenico e pubblico; non c’è sipario, i lati della scena in stile neoclassico si confondono con l’architettura del teatro e soprattutto i protagonisti tramite delle passerelle sopra la buca scendono in platea fra il pubblico. Queste idee, che una decina di anni fa dovevano appaire fortemente innovative, sono ormai già state viste in diversi teatri in altre produzioni di Martone e non solo. Tuttavia, lo spettacolo funziona ancora molto bene: la scena unica di stampo tradizionale fa da sfondo alla vicenda che si svolge per lo più in proscenio. L’utilizzo delle passerelle alla lunga potrebbe annoiare ma fortunatamente nel IV atto, una vera sfida registicamente parlando, le strutture che facevano da fondale nei primi atti vengono portate avanti per creare i mille nascondigli del caso. Anche la recitazione da parte del giovanissimo cast, cui parte del merito va a Raffaele Di Florio che riprendeva l’allestimento per Martone, è sempre frizzante così che il pubblico nelle oltre tre ore di musica non ha un minuto per annoiarsi.

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Come ho detto la ventata d’aria fresca in questa produzione arriva dai giovani musicisti sul podio e sul palco; emblema perfetto, anche nel look, è il Maestro Stefano Montanari. Quando entra in buca con un outfit più da concerto metal che da inaugurazione di una stagione lirica, l’attempato pubblico comasco ha qualche perplessità. Durante la recita poi, sedendosi al clavicembalo per accompagnare egli stesso i recitativi, si infila la bacchetta nella collo della felpa nera che indossa come se fosse la cosa più naturale del mondo. A parte questi vezzi, il direttore conduce in modo positivo l’orchestra de I Pomeriggi musicali; l’ouverture è diretta con piglio energico, con le percussioni in evidenza e dinamiche tendenti al forte. Per il resto accompagna l’opera con tempi corretti, anche se talvolta si nota qualche scollatura con il palcoscenico e alcune voci, già di per sé poco generose, faticano a superare l’orchestra. Non è sempre brillante il suono dei legni, mentre gli archi dominano spesso sui restanti strumenti.

Descrivendo i cantanti che sono stati scelti tramite il concorso ASLICO dello scorso anno, bisogna dire che praticamente tutti debuttavano nel ruolo nella recita di cui stiamo scrivendo. Senza dunque aspettarmi la perfezione, sono rimasto piacevolmente stupito dall’omogeneità e dal buon livello complessivo.

Come spesso capita, il versante femminile è quello che più soddisfa: Lucrezia Drei interpreta una Susanna spigliata nella recitazione e nel canto. La voce è leggera quanto il ruolo richiede con un registro grave un po’ deficitario con il rischio di sfociare nel parlato durante i recitativi, che in generale sono stati affrontati da lei e dai suoi colleghi in modo poco preciso. In tutto il resto invece fa molto bene, in particolare ricordiamo il travolgente duetto con Marcellina nel I atto e quello della Canzonetta sull’aria con la Contessa. Nei concertati la voce sempre ben proiettata in avanti arrivava all’orecchio dello spettatore senza problemi.

La migliore dal punto di vista vocale è stata indubbiamente la Contessa di Federica Lombardi. Il soprano, anche se leggermente meno efficace nella recitazione, ha dimostrato una maturità vocale superiore agli altri interpreti. Il timbro è morbido e pieno ed anche nelle mezzevoci non perde di sostanza. Dopo un esordio non sicurissimo con Porgi, amor, si riscatta regalando al pubblico il momento più riuscito della serata con l’aria Dove sono i bei momenti nel III atto.

Non male ma più deludente per l’importanza del ruolo è il Figaro di Andrea Porta: bene per quanto riguarda l’interpretazione ma la voce è di volume modesto. Le arie sono ben cantate, senza voler strafare, anche se in un paio di occasioni mi è parso leggermente fuori tempo e nell’aria finale Aprite un po’ quegl’occhi ha scambiato un paio di parole, cose che possono succedere.

Più importante la voce di Vincenzo Nizzardo nei panni del Conte, il colore è scuro e nonostante qualche difficoltà nei gravi interpreta la parte senza particolari problemi. Con l’esperienza dovrà cercare di migliorare il fraseggio e legare meglio le frasi.

Perfetta nell’aspetto come Cherubino è la davvero minuta Cecilia Bernini. Dal punto di vista vocale, nonostante fiati un po’ corti non sfigura. Solo due accorgimenti: Non so più cosa son, cosa faccio  avrebbe potuto essere più brillante (un tempo più stretto forse avrebbe giovato) e nella ripresa di Voi che sapete che cosa è amor avrei evitato gli abbellimenti.

I restanti membri del cast cantano in modo soddisfacente le loro arie: ricordiamo Marigona Qerkezi come Marcellina e Francesco Milanese (Bartolo), mentre è troppo nasale il Basilio di Matteo Macchioni.

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Il pubblico che riempiva il teatro applaude in modo composto dopo le arie più celebri e nel finale accoglie calorosamente i cantanti, il direttore e i responsabili della messinscena.

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