Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny. Weill e Brecht all’Opera di Roma

Musica di Kurt Weill
Libretto di Bertolt Brecht

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera

Nuovo allestimento in coproduzione con il Teatro La Fenice di Venezia e il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia

DIRETTORE John Axelrod
REGIA Graham Vick
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
SCENE E COSTUMI Stuart Nunn
MOVIMENTI COREOGRAFICI Ron Howell
LUCI Giuseppe Di Iorio

LEOKADJA BEGBICK Iris Vermillion
FATTY, DER “PROKURIST”Dietmar Kerschbaum
DREIEINIGKEITSMOSES Willard White
JENNY HILL Measha Brueggergosman
JIM MAHONEY Brenden Gunnell
JACK O’ BRIEN Christopher Lemmings
BILL, GENANNT SPARBÜCKENBILL Eric Greene
JOE, GENANNT ALASKAWOLFJOE Neal Davies
TOBBY HIGGINS Christopher Lemmings
SECHS MÄDCHEN VON MAHAGONNY Chiara Pieretti/Marika Spadafino/Carolina Varela /Giovanna Ferraresso/Michela Nardella/
Silvia Pasini

Incuriosita dal titolo così poco rappresentato e desiderosa di assistere al connubio Brecht-Weill mi sono recata al Costanzi per seguire l’ultima opera proposta dalla stagione romana. ‘Ascesa e caduta della città di Mahagonny’, il cui nucleo era nato da una prima collaborazione dei due autori nel 1927 con il Songspiel ‘Kleine Mahagonny’, è poi divenuto un’opera vera e propria nel 1930; purtroppo però la prima rappresentazione della Zeitopern a Lipsia provocò rimostranze tra i nazisti che censurarono il lavoro e le riprese che circolarono in seguito furono sempre versioni molto ridotte. Il testo brechtiano, stringato e disarmante mostra a tinte fosche una società tristemente dominata dal vil denaro, soggetta alla mercificazione di ogni rapporto e alla morte del sentimento. Questa città-trappola (Netzestadt) è la patria di Umani troppo umani, degradati, ottusi e isterici al limite del ridicolo la cui brutalità li rende parte di un’opera senza tempo valida oggi più che mai.

La regia di Vick desiderava infatti cogliere il male e lo squallore dei nostri giorni: le scene sono quindi moderne, irriverenti ma non incomprensibili come nel suo Don Giovanni del 2014.
Gran parte del primo atto si svolge proprio all’ingesso della città: nell’aeroporto dove approda gente di ogni tipo, dagli immigrati che vogliono sfuggire alla povertà, ai gay tutti lustrini e paillettes, fino ai super ostentati preti pedofili o semplicemente cardinali in cerca di piacere. Ce n’era per tutti i gusti.

Finale, Atto I

La fine del primo atto si sviluppa nell’Hotel per uomini Ricchi, con tanto di palme e open bar, per non parlare della ragazza in prima linea utilizzata come campo da golf! Il secondo atto è stato quello visivamente più accattivante, grazie alla scenografia di Stuart Nunn, e quello musicalmente più riuscito: i “comandamenti” di Mahagonny si leggevano con scritte luminose; fantastico Billy che muore mangiando un vitello e l’incontro di Boxe con tanto di ring. Il processo finale poi è stato un mix tra il classico gioco a premi televisivo e il ”Forum” della situazione; più precisamente il programma su cui sintonizzare la tv si intitolava “Giustizia”. Ad un certo punto, accese le luci in sala, le telecamere sul palco hanno puntato verso il pubblico, apparso quindi sullo schermo. L’intera scena è stata molto originale, soprattutto perché lo scambio di mazzette veniva di fatto totalmente legalizzato sotto forma di quiz televisivo!

Vick ha inoltre deciso di far invecchiare i personaggi nel corso della storia, tanto che nell’ultima parte Jenny e Begbick sono in carrozzella, mentre gli altri hanno capelli bianchi e si aggrappano al bastone. Il mondo di Mahagonny li ha quindi inglobati fino alla fine e a ribellarsi sono le ultime generazioni approdate in città che appendono striscioni rivoluzionari in platea, sui palchi e marciano in modo irriverente tra le poltrone. Ma tutto è vano una volta appreso che nella vita “Non possiamo salvare noi stessi, né lui, né alcuno”. Il regista si è anche servito di venticinque attori che hanno contribuito a popolare la città-trappola: marionette nelle mani del ritmo, un ritmo cinico fino all’inverosimile, che però prendono vita una volta scoccata la scintilla verso la tanto agognata rivoluzione morale che forse anche Brecht stesso si augurava.

Ho scritto molto della regia perché è stata una delle note positive della serata; infatti purtroppo la direzione di John Axelrod non ha reso giustizia al primo atto. Un suono più bilanciato avrebbe aiutato molto, e invece l’orchestra ha sovrastato le voci in quasi tutti i brani della prima mezz’ora. Fortunatamente la performance è nettamente migliorata dalla parte corale “Un Tifone” e la musica durante la notte dell’uragano è stata forse uno dei momenti più belli della serata: l’uragano sembrava davvero avvicinarsi prepotente alla città lasciando il pubblico con il fiato sospeso.

La vera nota dolente della produzione è stata la Jenny della canadese Measha Brueggergosman, che sin da ‘Moon of Alabama’ ha evidenziato le sue carenze soprattutto nel registro più grave. Gli acuti c’erano ma il soprano tentava di scurirli inutilmente dato il suo timbro già scuro, tipico negli afroamericani. Va bene non essere fan dei suoni fissi ma un vibrato costante, come il suo, talvolta può infastidire anche di più. In ogni caso in ‘Meine Herren’ nel secondo atto ha stupito positivamente.

Il tenore Brenden Gunnell, interpretava Jimmy Mahoney e, nel terzo atto con ‘Wenn der Himmel her wird’, ha mostrato la sua angoscia e le sue paure nell’inno alla notte, evidenziando la sua fragilità come solo chi si è realmente calato nella parte sa fare. Il suo Do sopracuto è stato come un ululato ma sinceramente era perfetto in quel momento di sofferenza.

La migliore della serata è stata la vedova Begbick, Iris Vermillion che, se all’inizio poteva apparire poco risoluta e titubante si è scatenata nel secondo atto con “Zweitens kommt die Liebe dran” e durante il processo mostrando grande sicurezza anche nel registro più acuto. La sua è stata la voce che ha svettato per tutta la rappresentazione.

Niente male anche il bell’Eric Greene nei panni di Bill, dal timbro pastoso e pieno ha reso giustizia al suo ruolo evitando accuratamente l’effetto Musical che talvolta si abbatte su opere come questa.

Anche Moses, Willard White, è stato sufficientemente spietato e senza scrupoli; dal timbro più grave e quindi meno evidente ha dato il giusto colore ai motivetti cantati insieme a Fatty, Dietmar Kerschbaum.

Bravi anche Neal Davies nei panni di Joe; impagabile il suo suicidio da “Grande Abbuffata” a tempo di valzer, accompagnato da una fantastica fisarmonica e, Christopher Lemmings, Jack O’Brien.

Le sei ragazze hanno contribuito a salvare le parti di Jenny ma forse il vero protagonista della serata è stato il coro. Nel finale del primo atto ha salvato la scena e durante tutto il secondo atto  dal sereno “O wunderbare Lösung”, alla “Mandalay song”, all’accattivante motivetto dei comandamenti della città ha dato quello sprint in più rendendo ulteriormente ciniche le note di Weill.

Tutto sommato è stata una visione interessante: è sempre bello ascoltare un’opera che strizza l’occhio tanto alla musica jazz quanto al corale del Flauto Magico; è un mix di marce, ballabili, valzer e nostalgiche melodie che rendono dignità al testo di Brecht facendo riflettere lo spettatore sul disarmante individualismo dell’uomo presente in ogni epoca. Un finale amaro ma necessario perché in fondo “Neanche lei, caro signore, avrebbe tirato fuori i soldi per salvare il nostro tagliaboschi; tale è la stima del denaro ai giorni nostri”.

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