L’undicenne Mozart a Milano: Apollo et Hyacinthus

Orchestra Coin du Roi
Ars Cantica Choir

Direttore: Christian Frattima
Regia: Alessio Pizzech
Scene e costumi: Davide Amadei

Oebalus: Graziano Schiavone
Melia: Elina Shimkus
Hyacinthus: Vilija Mikštaitė
Apollo: Alessandro Giangrande
Zephyrus: Valeria Girardello

Dopo il successo dell’opera inaugurale (Serse di Handel di cui potete leggere qui), ho voluto assistere al secondo titolo della prese stagione di Coin du Roi, compagnia operistica barocca recentemente nata a Milano anche perché sono stato incuriosito dal titolo. Apollo et Hyacinthus è un intermezzo in lingua latina su libretto del religioso Rufinus Widlche Mozart scrive nel 1767 all’età di 11 anni – sua prima opera; ognuna delle tre parti era destinata ad essere messa in scena nell’aula magna dell’Università di Salisburgo durante gli intervalli di un dramma in cinque atti dal titolo Clementia Croesi. A dire il vero, la scolasticità della scrittura musicale e dell’impostazione dell’opera, insieme con l’organico ridotto ad archi, due oboi e due corni lasciano ben poco spazio all’originalità compositiva che caratterizzerà il genio mozartiano.Il mito classico, giunto a noi tramite quel capolavoro delle Metamorfosi di Ovidio, narra la vicenda dell’innamoramento di Apollo e Giacinto, della morte di quest’ultimo e della sua metamorfosi ad opera del dio in fiori che prenderanno il suo nome. Tuttavia nell’adattamento librettistico, per eliminare la sconveniente omosessualità Apollo si innamora della sorella di Giacinto, Melia, e assicura protezione (ed ecco il tema della clementia che si associa all’opera in cui l’intermezzo era inserito) all’anziano padre e re Ebalo.

Ammettiamo certo che mettere in scena in modo originale un’opera del genere, la cui trama e musica vengono poco in aiuto, non è operazione facile.

Atto I

Ed infatti la regia di Alessio Pizzech, nonostante qualche idea interessante, non riesce fino in fondo.
Ambientare il tutto in uno spazio asettico, minimalista e bianco (anche nei costumi e nelle parrucche) può andare; così come mi è piaciuta l’idea di portare in scena la bara del corpo di Giacinto che viene compianto dal padre e dalla sorella e da cui sorgeranno i fiori miracolosi. Accettabile anche l’idea di far rimanere l’indifesa Melia praticamente nuda e coperta solo da un velo nero da quando apprende della morte del fratello fino alla svolta felice della vicenda che si conclude con le nozze divine. Tuttavia il lavoro del regista ha fallito nella caratterizzazione dei personaggi: nel voler far qualcosa di nuovo – sarebbe bastato rispettare quanto voluto dal mito considerando anche che l’opera nessuno l’ha mai vista rappresentata prima – ci si è scontrati con una razionale interpretazione della storia. Ebalo, l’autorevole padre e re, è stato tratteggiato come un personaggio buffo e ridicolo; Zefiro, uccisore di Giacinto, geloso di Apollo ed innamorato di Melia, nel primo atto si intrattiene in effusioni con lo stesso Giacinto; infine il dio Apollo è stato delineato come il Dulcamara della situazione con un costume da dimenticare. Più interessante ma comunque non convincente in toto l’interpretazione di Melia che nel finale di secondo atto appare dibattuta fra l’amore per il dio, creduto responsabile della morte del fratello, e il sentimento di affetto che la lega ai familiari.

Atto II, Duetto Melia-Apollo

L’aspetto più prettamente musicale è stato caratterizzato da alti e bassi nel livello degli interpreti; ad essi era assegnata un’aria ciascuno e qualche duetto o terzetto.

La parte di Apollo era affidata al controtenore Alessandro Giangrande: corretta la sua interpretazione, non male nemmeno il timbro ma le fioriture erano appena abbozzate e la resa complessiva leggermente piatta.
Vilija Mikštaitė, mezzosoprano protagonista del Serse, ha ben cantato l’unica aria di Giacinto Sæpe terrent Numina. Voce piena e disinvoltura nelle agilità fanno perdonare anche qualche forzatura nell’acuto.
Lo Zefiro interpretato dal contralto Valeria Giarardello ha convinto: il mezzo vocale è modesto soprattutto nel registro grave ma ben controllato: precisa l’intonazione e apprezzabile il canto sul piano con cui ha reso l’aria En! Duos conspicis certamente riuscita.
Il personaggio di Melia aveva certamente la parte più impegnativa ma Elina Shimkus, oltre ad offrire una bella presenza scenica, ha saputo affrontare il ruolo senza eccessive difficoltà. Certo la voce è un po’ spigolosa e in un paio di passaggi l’intonazione non è impeccabile ma tutto sommato l’omogeneità dei registri e la correttezza nell’impostazione le consentono di risolvere in modo assolutamente positivo le sue arie.
Purtroppo non possiamo dire lo stesso per il tenore Graziano Schiavone che interpretava Ebalo ed è un vero peccato perché forse l’aria più bella sarebbe stata la sua. Il canto è costantemente spoggiato, la voce tanto chiara da sembrare un continuo falsetto, il volume esiguo e la resa dei recitativi davvero sotto la sufficienza.

Per quanto riguarda l’orchestra, il M° Frattima dirigeva il piccolo organico Coin de Roi. Anche in questo caso il livello rispetto al Serse ci è sembrato calato. Complice l’acustica poco generosa, la direzione è sembrata eccessivamente pesante e poco controllata.

Al termine della rappresentazione applausi per tutti, con l’auspicio da parte mia che per il dittico Pergolesi (Serva padrona e Livietta e Tracollo) in programma a metà dicembre il livello possa tornare quello degli esordi.

Annunci

13 pensieri riguardo “L’undicenne Mozart a Milano: Apollo et Hyacinthus”

  1. Sono uno studente di conservatorio ed ho visto la recita di sabato, mi è piaciuta così tanto che sono tornato domenica. Stavo leggendo le numerose critiche positive su Apollo, anche da emerite personalità, e mi sono imbattuto in questa recensione piena di ingenuità ed inesattezze, a partire dalle informazioni date: Melia ha solo un brano solistico, non due, la Clementia Croesi inoltre è un dramma in prosa, non un’opera seria. Entrando invece nel merito dei giudizi dell’autore, dire che la Shimkus è stonata e la Girardello intonata, vuol dire non avere assolutamente orecchio. Incomprensibile poi quanto scritto su Alessandro Giangrande: “le colorature sono appena abbozzate”: se Mozart ha deciso di scrivere un’aria pastorale non virtuosistica, per sottolineare la non esigenza di Apollo, in quanto divinità, di mettersi in gioco, non è mica colpa di Giangrande, che ha affrontato la parte con ottima tecnica ed ha scritto (non so se è stato il direttore o lui) una cadenza davvero bella e dall’ampia estensione. Il controtenore a differenza di quanto affermato è stato precisissimo sulle colorature, ed ha attuato un’ottima distinzione tra suoni legati, staccati ed articolati.

    Si scrive poi: “A dire il vero, la scolasticità della scrittura musicale e dell’impostazione dell’opera, insieme con l’organico ridotto ad archi, due oboi e due corni lasciano ben poco spazio all’originalità compositiva che caratterizzerà il genio mozartiano.”
    In primo luogo, se l’autore della recensione trova “Apollo et Hyacinthus” poco originale, probabilmente ha grossi problemi di gusto e cultura musicale e non è in grado di apprezzare proprio quella grandissima freschezza compositiva del Mozart giovane.
    In secondo luogo, la grande ingenuità sta nell’affermazione circa l’organico. La scelta della strumentazione non ha nulla a che vedere con il valore e l’originalità di un brano. I quartetti d’archi di Haydn ad esempio sono molto più originali delle sinfonie dello stesso compositore, così come i preludi per piano solo di Chopin sono molto più validi compositivamente dei suoi concerti per pianoforte.
    Consiglio di prendere in mano la partitura mozartiana e di analizzarne attentamente a ricchezza armonica e melodica, ci si renderà conto che il genio mozartiano è assolutamente presente in questo bellissimo intermezzo.

    Per quanto riguarda i giudizi su regia e scenografia, siamo nei limiti della dialettica e del gusto personale, anche se mi sembra stupido valutare la compagnia Coin du Roi – interamente privata e finanziata da giovani che investono tutto nel progetto – come se si trattasse di una Fondazione Lirico-Sinfonica che fa uso di enormi quantità di denaro pubblico… stiamo parlando di due ordini di grandezza completamente diversi. Al Serse non ci sono stato, ma di sicuro il livello della produzione di Apollo è stato dignitoso e la regia, per quanto discutibile, molto professionale e dinamica.

    Per quanto riguarda invece il giudizio sul valore musicale dell’Apollo et Hyacinthus ed in particolare sul M° Frattima il tutto è davvero erroneo, infamante e frutto di una scarsa comprensione musicale. Ci troviamo di fronte ad un genio della direzione e ad un’orchestra che suona benissimo. Se ha trovato la direzione di Frattima “pesante e non controllata”, vuol dire che davvero ha osservato superficialmente le mani leggere ed eleganti ma autoritarie, il fraseggio esatto e le straordinarie dinamiche volute da una delle bacchette migliori in circolazione. Non ci sono state sbavature, glielo dico da professionista, il suono e l’interpretazione sono stati autentici, le indicazioni in partitura rispettate, i tempi perfetti … non so davvero cosa volere di più!!

    Certo, per un blog piccolo come questo è molto facile guadagnare attenzione sparando sulla croce rossa, si tratta di pesci piccoli, facile parlare male di chi ha migliaia di euro e non milioni a disposizione, ma a me tutto ciò sembra davvero squallido e mi chiedo perché sia permesso a chiunque di scrivere queste amenità. Non conoscevo Coin du Roi prima di Apollo et Hyacinthus, e dalla sala sono uscito davvero commosso per l’eccellente livello ed impegno. La critica musicale dovrebbe essere una professione seria, lasciata in mano a professionisti. Studiamo ed impariamo prima di criticare.

    DM

    Mi piace

    1. Caro Domenico,
      La ringrazio per aver visitato il nostro sito e mi fa piacere che abbia deciso di leggere con attenzione il nostro commento.
      Voglio risponderle con ordine, secondo quanto ha scritto.
      È vero: ci sono stati dei banali errori da parte mia. L’aria di Melia è una sola ma effettivamente la parte è la più estesa, comprendendo due duetti ed il terzetto finale.
      Per quanto riguarda Elina Shimkus non l’ho certa definita stonata, semplicemente ‘in un paio di passaggi l’intonazione non è impeccabile’, cosa che può accadere.
      Invece, il suo commento su l’Apollo di Alessandro Giangrande mi pare contraddittorio: prima afferma che la parte non prevede passaggi virtuosistici ma poche righe sotto scrive che il controtenore è stato precisissimo nelle colorature.
      Per quanto riguarda la bellezza della partitura, si sa: de gustibus non disputandum; tuttavia credo di poter affermare senza timore di essere smentito che l’opera in questione non rientri nel novero delle composizioni la cui originalità ha lasciato un segno nella storia della musica. Non c’è nulla di male nel dire che anche Mozart andò a scuola, da cui il termine ‘scolastico’.
      Parlando della regia, sarebbe certamente stupido, come giustamente afferma lei pur con poco garbo, valutare questa produzione al pari di una rappresentazione in Scala. Ma credo che il delineare coerentemente un personaggio non dipenda dalla quantità di fondi a disposizione quanto piuttosto dal senso teatrale del regista.
      L’attacco personale al nostro blog, che come può leggere nella pagina di benvenuto nasce dalla voglia di mettersi in gioco di due giovani appassionati di opera, mi pare ingiusto. Le altre recensioni pubblicate che sono lì per smentirla: critiche molto più pungenti nei confronti di istituzioni teatrali ben più celebri e parole di elogio per piccole compagnie (fra cui anche Coin du Roi quando mise in scena il Serse). Inoltre, queste mie impressioni sono state confermate da persone ben più esperte di me che mi hanno accompagnato in teatro.
      Definire poi la passione che mi accomuna a lei ‘squallore’ e immaginare di poter limitare la libertà di espressione in nome della ‘professionalità’ non mi pare cosa da commentarsi…
      Mi auguro che possa dare una lettura ad altre nostre recensioni per comprendere come l’idea che lei si è fatto del nostro blog è errata.
      Cordialmente

      Mi piace

    2. Io sono approdato a questo blog perché è stato l’unico che ho trovato che riportasse una recensione di questo spettacolo. Recensione con cui mi sono trovato molto d’accordo mentre non mi trovo d’accordo sul fatto che si debba giudicare la qualità di una produzione al netto dell’investimento, per motivi talmente ovvi che non starò a precisarli.
      Se però esistono altre recensioni così positive (da emerite personalità) come sostieni sarei curioso di leggerle, potresti linkarmele gentilmente?

      Mi piace

  2. Continuo a ribadire, da musicista dotato di orecchio assoluto, che l’intonazione della Shimkus è stata perfetta, ed anche il temperamento utilizzato, mesotonico, non equabile, rispecchia pienamente lo stile dell’epoca. La Shimkus è un’esperta di Mozart e sa come intonarlo, se ne trovano poche come lei. Sull’intonazione si sarebbe potuta attaccare la Girardello, in diversi punti, per esempio nella cadenza e nei recitativi, ma lei l’ha definita “intonata”, quindi mi sembra una chiara pecca del suo orecchio. Purtroppo per fare i critici la passione non basta.

    Non vedo la contraddittorietà del giudizio su Giangrande! Lei ha detto che “le fioriture erano appena abbozzate e la sua resa generale piatta” supponendo che il cantante avrebbe dovuto improvvisare le colorature come se si trattasse di musica barocca, non sapendo che l’estetica tardo-galante e classica non prevede la variazione arbitraria della melodia. Ascolti una qualunque delle versioni discografiche di Apollo et Hyacinthus e si renderà conto che il da capo è pressoché lasciato inalterato, eccezion fatta per le cadenze. Ho affermato quindi che la cadenza dell’aria di Apollo era particolarmente ben fatta, e le colorature presenti (anche nel duetto con Melia) erano ben eseguite e scandite. Dov’è la contraddizione, caro Pedrotti? Non crede che sarebbe stato più corretto scrivere in questo modo: “le poche colorature che Mozart scrive per il ruolo di Apollo non ci consentono di valutarne l’agilità”? Sarebbe stata comunque un’ingenuità, perché l’esperto di voci può valutare un cantante anche da poche frasi, ma comunque perdonabile!

    Ribadisco, per quanto riguarda la partitura di Apollo et Hyacinthus: una cosa è l’originalità, un’altra il livello artistico, un’altra ancora la qualità. Se lei mi parla di qualità, le dico che basta confrontare una qualsiasi partitura di un contemporaneo di Mozart degli anni ’60, ad esempio J.Schobert o J.C.Bach, per capire l’immensa perizia compositiva dell’undicenne salisburghese. Ancora, se mi parla di originalità, la partitura è originalissima, e lo è oggettivamente, anche più di alcune composizioni mature dell’autore per ricchezza di simboli, immagini, madrigalismi. Se invece mi parla di livello artistico ed ispirazione, allora è un altro conto, in quanto l’influenza del padre Leopold, di Gluck e di Gassman sono evidenti, in altre parole non si tratta di un lavoro accomunabile al classicismo ma ancora alla tarda era galante, anche se proprio quella strumentazione risicata che a lei non piace, è in effetti antesignana delle scelte che porteranno Mozart a distaccarsi dalla strumentazione pompastica e ricchissima dei galanti francesi ed inglesi. Questo però non ha a che fare con l’originalità ma con l’importanza artistica della partitura. Per capirci, ci sono dei quadri di Albrecht Duhrer che sono molto più originali dei contemporanei italiani, ma l’ispirazione e la pregnanza artistica non si discutono neanche.

    Avevo deciso di non parlare della regia, che non convince neanche me appieno, ma dato che continua a scrivere che “la caratterizzazione dei personaggi da parte di Pizzech è sbagliata” ergendosi ad una cattedra che non esiste, soprattutto parlando di teatro di regia, mi permetto di risponderle:

    Legga bene il testo, e capirà che seppur con ovvie aggiunte drammaturgiche, data l’inconsistenza letteraria del libretto, esso è stato rispettato in toto. Le effusioni tra Zefiro e Giacinto che ha visto, sono un modo per estrinsecare la grande ambiguità che contraddistingue la porzione iniziale del libretto. Widl infatti, nel tentativo di mettere in cattiva luce Zefiro quale personaggio gretto, omosessuale e morboso, non si accorge di pasticciare l’intreccio, facendo emergere un amore omosessuale da parte di Zefiro per Giacinto, la cui morte, avverrà proprio per la gelosia dell’assassino nei confronti di quest’ultimo e non di Melia. Solo in un secondo momento, e dopo l’uccisione di Giacinto, Zefiro inizierà a rivolgere i suoi occhi verso la sorella del defunto.

    Sul costume di Apollo, possiamo anche essere d’accordo, io avrei in generale tenuto tutto meno coatto, ma per quanto riguarda re Ebalo, il libretto, seppur stringato, tradisce una personalità sicuramente non eroica del re, la cui unica preoccupazione è compiacere gli dei, a tal punto da non curarsi tanto della morte del figlio ma di comprendere il perché del presunto gesto di Apollo. La semplicità della lingua latina usata per sottolineare le frasi del Re di Laconia, nonché le poche parole di tristezza pronunciate quando Giacinto muore, subito sostituite da quelle di rammarico nei confronti di Apollo e rabbia nei confronti di Zefiro, tradiscono un padre certo lontano dall’eroismo e la magnanimità paterna che invece vedrebbe lei. I costumi sono forse il punto debole della produzione, non l’idea ma la realizzazione.

    Rispondendo invece a Luca, secondo me le scenografie, che lei invece ha criticato, devono proprio essere valutate al netto dell’investimento, dato che la relazione tra spesa e qualità è direttamente proporzionale. Questi ragazzi avranno speso forse 20.000 euro di tasca loro, contro i 300-400 di una produzione di un teatro d’opera. Se siamo lungimiranti possiamo apprezzare il fatto che non abbiano peccato di parrocchialità, che siano stati volutamente minimal, creando uno spazio asettico che ha un suo perché, a poco budget. Andare a sindacare sulla qualità mi sembra davvero ridicolo. Per quanto le critiche positive, a parte quella cartacea che ho letto oggi sul Sole, ecco: http://ilquintorigo.blogspot.it/2015/10/WAM.html
    http://revolart.it/apollo-et-hyacinthus-un-mozart-dimenticato-e-riportato-a-splendore/
    http://classicaonline.blog.tiscali.it/2015/10/19/%E2%80%9Capollo-et-hyacinthus%E2%80%9D-il-candore-malizioso-del-giovane-mozart/?doing_wp_cron

    Sono sicuro che ne usciranno tante altre positive, vi terrò aggiornati.

    Il mio non è un attacco, ma come lei inneggia alla libertà d’informazione, io inneggio a quella di replica, ribadendo che le critiche possono essere sia positive sia negative, ma comunque scritte con criterio, conoscenza e buon senso.

    Mi piace

  3. Scusami se ti continuo a dare del tu, ma su internet seguo le regole dell’informalità. I due articoli che mi hai linkato (il terzo è solo un copia incolla, si vede che non li hai letti con molta attenzione) criticano entrambi Schiavone, mentre Elena Percivaldi non condivide nemmeno la scelta registica. Aggiungo che, dopo l’aspra critica contro chi si permette di scrivere la critica a uno spettacolo senza basi conoscitive e magari anche un orecchio assoluto se non due, linkarmi l’articolo di uno studente (di conservatorio?) e di una storica che si occupa saltuariamente di musica mi fa sorridere. Non metto assolutamente in dubbio la loro competenza e passione, ma non mi paiono persone più qualificate di Ettore nello scrivere una recensione e non mi sbilancerei a considerarle “emerite personalità”.

    Ma va bene così… Che a questo punto sembra essere il nostro metro di misura. “Non abbiamo abbastanza soldi per regia, orchestra, cantanti e ostriche! Eh va beh, tanto poi il pubblico lo sa che siamo studenti…” No, così si finisce per far passare tutto. Se i soldi sono pochi o si punta su un idea innovativa o si aspetta di averne di più. La Scala di Seta di Michieletto (2010) non è costata nulla (la cucina Scavolini è stata pagata dallo sponsor), eppure ha fatto il giro d’Italia. Non abbiamo Michieletto? “Amen”, ma sappiamo che la regia sarà uno dei punti deboli dello spettacolo. Abbiamo un tenore ancora in formazione? “Dobbiamo dare spazio ai giovani”, ok, ma non difenderemo a spada tratta un cantante perché è l’amico del cugino.

    Tornando alla regia non ce n’è. Nel senso che non c’è nessuna idea di regia. I movimenti appaiono causali e i personaggi non sono caratterizzati male, non sono caratterizzati e basta. Magari è colpa dei cantanti, non tutti sono attori, ma l’impressione era che fossero stati buttati sul palco senza indicazioni, lasciando a ognuno libera interpretazione. Il tentativo di attualizzazione attraverso i costumi (tragico da un punto di vista estetico) non era supportato da nessun elemento scenico o registico (forse il limone gay friendly all’inizio?). E i due figuranti, apprezzati nelle recensioni per la prestanza, non aggiungevano nulla. Peccato, perché dal sito di Pizzech si desume che di produzioni interessanti ne abbia seguite, ogni tanto capita di sbagliare anche ai migliori. Inoltre la scusa del pessimo libretto non regge. L’opera lirica è piena di libretti improponibili dal punto di vista drammaturgico. Dal Sigismondo alla Giovanna d’Arco alla Sonnambula, eppure si sono viste produzioni degnissime di questi spettacoli.

    Coin de Roi mi sembra un’iniziativa nobilissima e sacrosanta, dovrebbero essercene altre simili. Ma non incontra il mio gusto personale. A me la prosopopea pseudo-elitaria che l’opera in Italia si trascina appresso fa accapponare la pelle. E vedere miei coetanei agghindati da prima della Scala a bere ostriche e champagne mi fa cascare le braccia. Se andiamo all’opera per fingere di essere nell’800 allora l’opera merita di scomparire con la prossima generazione. Meno male che non sempre è così, ed esistono modi per attirare anche giovani il cui interesse sia per la musica e non per quell’ambiente da Serbelloni Mazzanti Viendalmare che un certo ambiente operistico italiano tende a crearsi attorno.

    Detto tutto questo non escludo affatto di andare a vedere una prossima produzione di questa compagnia, se il mio giudizio dello spettacolo è nel complesso negativo non vuol dire che non abbia avuto i suoi lati positivi, dal proporre un repertorio di nicchia al dare un alternativa rispetto al monopolio scaligero. Senza contare che anche se non perfetti, sia orchestra che cantanti, non mi sono spiaciuti (tranne Schiavone che è abbastanza indifendibile). Inoltre la recensione di Ettore mi è parsa molto cortese e ben scritta, senza gli eccessi cattivi dei grisini, le idiosicrasie di Isotta o le letture politiche di Facci, davvero non merita una risposta così acida e supponente come la tua.

    Giuro che io Ettore non l’ho manco mai visto, non ho nessun legame di amicizia o parentela con lui!

    Liked by 1 persona

  4. Caro Domenico,
    ho assistito alla rappresetazione domenicale dell’intermezzo, e sinceramente devo dire di essere molto più concorde con la recensione qui riportata, che con i due commenti da Lei scritti.
    Per quanto concerne regia, scenografie e costumi, credo che Enrico e Luca, con cui mi trovo quasi perfettamente d’accordo, abbiano già scritto abbastanza.
    Nessuno mette in dubbio il Suo orecchio assoluto e la sua professionalità in quanto musicista studente in Conservatorio, ma da Maestro d’orchestra e insegnate di storia della musica dotato, a mia volta, di orecchio assoluto, non posso che dissentire con molti dei Suoi appunti sia tecnico-musicali, che, soprattutto, storiografico-musicologici; appunti per cui arriva a giustificare molte delle Sue critiche alla recensione.
    Innanzitutto mi sembra molto superficiale un’analisi, quale la Sua che, quasi forzatamente, non vuol riconoscere all’operina decisi caratteri di scolasticità, quasi a voler contrapporre la nominata scolasticità alle caratteristiche di originalità e genialità.
    E’ risaputo infatti che il lavoro del giovane Mozart prima del suo viaggio in Italia (1769) fosse fortemente influenzato dalla scuola musicale salisburghese e mitteleuropea. Questa scuola poneva in essere uno stile musicale del tutto autonomo da molti altri filoni, stile che avrebbe dato origine al classicismo viennese di cui Mozart, soprattutto con le opere della giovinezza artistica, sarebbe stato un esponente certamente degno di nota. Detto questo ben si conosce il fatto che questo stile conteneva notevoli rimandi alla strumentazione e, soprattutto, al contrappunto barocco.
    Ora, Mozart scrive l’intermezzo sicuramente (come anche Lei giustamente fa notare) con una visione vicina al cosiddetto stile galante, ma non si possono assolutamente negare le influenze della scolastica musicale centro europea (in cui Mozart, si fa presente, era stato a lungo immerso nel suo primo viaggio europeo, prima della composizione dell’Apollus) che fanno nettamente uscire il lavoro dai canoni (neppure ben definiti) della reazione al barocco. La mentalità accademico-musicale mozartiana è da ritenersi fondamentale per le sue prime composizioni, in quanto è proprio questa che imprime loro lo slancio necessario per superarne stilisticamente molte altre contemporanee e di autori certo (all’epoca) più blasonati. Elementi di contrappunto barocco, dunque, possono essere ritrovati leggendo ed analizzando seriamente la partitura, nonchè, soprattutto, rimandi ad uno stile armonico complesso che esula, a tratti, dalla linearità stile galante. La stessa strumentazione, strutturata in linea con i canoni delicati dettati (pur senza pretesa di assolutezza) da Stamitz, denota però una tendenza sicuramente verso una proiezione classicistica, piuttosto che verso un rinvigorimento (ossimoro) galante.
    Ciò è efficacemente testimoniato sia dalla parte di Apollo che da quella di Melia, che tendono, soprattutto nel finale, ad una polifonia molto più decisa di quelli che sono i dettami omofonici.
    Insomma, per dirla in breve, una microcommistione tra regole e stili teoricamente contrapposti, ma che qui trovano forti legami a volte naturali, a volte (anche) forzati da un giovane Mozart a volte troppo timido (secondo atto), a volte troppo poco (primo atto).
    Tutto ciò è proprio ciò che rende l’opera da una parte scolastica, dall’altra geniale nella sua però poca originalità compositiva (appunto da me definita microcommistione). L’originalità che renderà Mozart genio e precursore va lasciata a periodi artistici più maturi. Questo va ad assommarsi a quanto già detto, facendo risplendere il concetto da me elaborato e a me molto caro per cui “il Mozart della gioventù artistica, riesce ad esaltare la sua genialità pur non uscendo dai canoni, non essendo originale. Riesce a comporre ciò che avrebbe potuto produrre un altro discreto compositore, ma a differenza di questo ipotetico “egli”, pone su un piedistallo passaggi e armonie che molti altri avrebbero scritto sì, ma con indifferenza”.
    Per questo secondo me Lei confonde genio mozartiano (accezione da riferire, a mio parere, solo ad una raggiunta maggiore maturità), canone scolastico, genialità compositiva (diversa da sopra) e originalità: non sempre nell’originalità si trova genialità, ma soprattutto sono rari i casi in cui si riscontra il contrario, anche considerando che trattiamo di un compositore assoluto come Mozart. Per me è stato un po’ troppo incauto nell’assegnare a Mozart caratteri di originalità riferiti ad un’età e ad una produzione per cui, ad un’attenta analisi, non traspare. Insomma, per dirla con parole ingrate: l’Apollus non è un lavoro degno di incredibile nota, ma “si sente” che è Mozart.
    Per quanto riguarda le performances, dimenticando ovviamente l’interpretazione a tratti inascoltabile del tenore, voglio parlare solo di Melia e Apollo. Nella recensione la Shimkus viene definita a tratti spigolosa e con un’intonazione non sempre impeccabile,m e ciò corrisponde fedelmente alla realtà dei fatti. La voce era buona, il timbro anche, onestamente è stata l’interprete che più ho gradito, e per questo mi sono astenuto da subito da critiche puntigliose. Però, parlando con Lei come ad un collega, se si discute basandosi sull’orecchio assoluto, non si possono non notare leggere sbavature e distorsioni nei passaggi più difficili e nei salti tonali più ampi. Poi che la cantante sapesse ben interpretare Mozart è risultato vero, ma non si può certo dire che sia stata totalmente impeccabile.
    Apollo, interpretato dal controtenore Giangrande, non ha certamente brillato nella rappresentazione, o non lo ha fatto nei termini da Lei definiti. Tecnicamente non posso rimproverarlo, ma in quanto ad interpretazione timbrica e precisione sonora, se ascoltato partitura in mano lasciava spesso molto a desiderare. Se guardiamo bene le dinamiche ed i colori in partitura ci rendiamo conto immediatamente di come in numerosi passaggi sia risultato estremamente piatto e lineare, e ciò non riferito a possibili orpelli barocchi (raramente presenti in partitura), ma proprio alle basilari nozioni musicali, che sono quasi le uniche peculiarità che rendono l’operina più dinamica di quanto si possa credere ad un’analisi superficiale. Se il controtenore non viene incontro a queste indicazioni del compositore, ovviamente il risultato perde molto in termini di qualità.
    Concludo ribadendo che, al netto della conoscenza non solo della storia della musica, ma anche dell’analisi di essa, la scelta di Mozart di ridurre l’organico (e non l’orchestrazioni, lo si noti bene) è dovuta sì (come Lei suggerisce) all’impostazione basilare galante, ma non può essere affatto considerata “antesignana delle scelte che porteranno Mozart a distaccarsi dalla strumentazione pompastica e ricchissima dei galanti francesi ed inglesi”, in quanto il mozart più maturo riprenderà notevolmente queste scelte di orchestrazione “pompastiche”, ovviamente non in modo esplicito, ma velato al punto di trovarle consone ad un contesto tendenzialmente classicheggiante (vedasi molti spunti da opere come Lucio Silla, Idomeneo, Il ratto del serraglio, senza scomodare Donna Anna nel Don Giovanni).
    Forse che questo Suo intervento sia stato dettato da una confusione tra organico e orchestrazione?
    Cordialmente

    Mi piace

  5. Bene, interessanti gli spunti del Maestro Simone, che di sicuro scrive con una competenza ed una dovizia di particolari esemplare. Se la critica l’avesse scritta lui, negativa che fosse, non avrei alzato un dito, onore al merito.. ma leggendo una recensione ingiustificatamente negativa (al momento l’unica sul web), che si apre con ben due errori, da una persona che non mi risulta si sia mai messa in gioco musicalmente, è un altro paio di maniche. Senza voler proseguire troppo con la storia della musica, che non riguarda questo blog, ci tengo a rispondere ad un punto:
    “Concludo ribadendo che, al netto della conoscenza non solo della storia della musica, ma anche dell’analisi di essa, la scelta di Mozart di ridurre l’organico (e non l’orchestrazioni, lo si noti bene) è dovuta sì (come Lei suggerisce) all’impostazione basilare galante, ma non può essere affatto considerata “antesignana delle scelte che porteranno Mozart a distaccarsi dalla strumentazione pompastica e ricchissima dei galanti francesi ed inglesi”, in quanto il mozart più maturo riprenderà notevolmente queste scelte di orchestrazione “pompastiche”, ovviamente non in modo esplicito, ma velato al punto di trovarle consone ad un contesto tendenzialmente classicheggiante (vedasi molti spunti da opere come Lucio Silla, Idomeneo, Il ratto del serraglio”.
    Gentile Maestro, si dà da solo una risposta ad un’argutissima domanda: Mozart ha sì ripreso orchestrazioni di questo tipo, è verissimo, ma in un’ottica certamente di “cammeo”, quasi a voler creare, come dice Lei un’atmosfera retrò. Stiamo parlando di orchestrazione, non di organico, anche se una precisazione bisognerebbe farla per chi ci legge in questo momento: le orchestre rococò e tardo-barocche erano in numero e varietà ricchissime, contando strumenti di ogni sorta, dalle percussioni agli idiofoni, ma senza una vera organizzazione in gruppi e famiglie che avvenne invece nel classicismo viennese. In Apollo et Hyacinthus abbiamo già una strumentazione pre-classica, infatti corni ed oboi sono impastati in una famiglia unica, supportando molto di frequente gli archi e non costituendo, eccezion fatta per l’atmosfera pastorale di “Jam pastor”, degli sporadici effetti di caccia o di supporto al coro come avveniva ad esempio nel barocco haendeliano.

    A mio avviso, Maestro Simone, teorie di microcommistione a parte, affascinanti ma secondo me troppo storicamente forzate per essere accettate dalla comunità scientifica, l’Apoll”us” (come lo definisce Lei), è una partitura che costituisce davvero un caso di rara originalità nel panorama degli anni ’60, e le potrei fare mille esempi, dalla ricchezza armonica dei recitativi, pieni di arditezze armoniche, di certo estranee sia alla poetica della scuola salisburghese sia a quella italo-londinese (sappiamo tutti che ad esempio J.C.Bach non conosceva la musica del padre e le sue arditezze armonicha), alla gestione moderna delle colorature (che lei chiama “orpelli”), all’uso acceso di madrigalismi musicali. Certo, si tratta di un bambino che si diverte a simboleggiare una saetta con scale musicali ascendenti in fortissimo ed un mare in tempesta con alternanze continue di forti e piani, nulla di trascendentale, ma io fatico a vedere tanta candida arditezza nei contemporanei di Mozart, con il risultato di rendere Apoll”us” certamente particolare, sui generis. Non credo quindi si possa dire che la partitura sia poco originale o scolastica, proprio perché nessuna scuola avrebbe insegnato a Mozart a scrivere in quel modo così fortemente autoschediastico, programmatico, rappresentativo, e mi sembra che i tantissimi spettatori usciti dalla sala del Litta dicendo: “Com’è possibile che non si conosca questa bellissima musica” un po’ diano ragione a me, non trova? Una musica composta secoli fa che prende il pubblico al primo ascolto può essere non ispirata, non innovativa, ma penso non si possa negare che sia giocoforza originale od interessante.
    Ritengo ad esempio una partitura scolastica all’ascolto (meno all’analisi) Bastien und Bastienne, scritta un anno dopo, ma in Apoll”us”, il brio compositivo di Mozart, certo in erba, sicuramente ancora in via di sviluppo, si vede tutto, così come si avverte una sensibilità fuori dal comune nel commovente duo di padre e figlia, gestito in maniera davvero moderna e con una strumentazione (non organico, strumentazione) innovativa ed essenziale.

    Mi trova d’accordo su quanto affermato circa le influenze prima del viaggio in Italia, ma mi permetta di farLe presente che esse sono più modernamente italo-londinesi (J.C.Bach), che vetustamente mitteleuropee, ed un’attenta analisi delle grandi forme scritte da Mozart prima degli anni ’70, come affermato ad esempio da Mila, comprova l’avversione di Mozart per la musica salisburghese “da Kapellmeister”, rifiutandone a priori l’impostazione formale.

    Affermo serenamente, per l’ennesima volta, che Giangrande è stato assolutamente ricco di colori, dinamiche, fraseggi, persino avendo a disposizione un’aria (Jam Pastor) la cui parte vocale, diversamente da quanto affermato da Pedrotti e da Lei, Maestro Simone, prevede non solo poche colorature, ma anche pochissime dinamiche rispetto a tutte le altre. Le parti cantate sono tutte in piano con qualche sottolineatura in forte dell’orchestra. Intelligentemente Giangrande, supportato dalla musica, ha creato crescendi non scritti sulle progressioni ascendenti, e dato sfogo delle sue capacità dinamiche proprio nella cadenza, dove ne aveva la possibilità, senza falsare un testo musicale volutamente bucolico e non troppo colorato.

    Detto ciò e prima di andare avanti, vorrei chiedere al Maestro, data la sua conoscenza della partitura, se ha notato qualcosa di insolito ed ampiamente percepibile nell’andamento dell’opera, in particolare dopo l’aria di Apollo. Estendo l’invito anche agli altri critici, se la cosa non è stata da voi altri notata allora mi sa che c’è davvero qualche problema di ascolto.

    Rispondendo a Luca, si vede chiaramente che la sua è una presa di posizione a-priori, tra l’altro autodichiarata! Ostriche e Champagne da quanto mi risulta sono stati offerti a tutti l’ultima sera (comunque deve trattarsi di una spesa irrisoria nel bilancio totale), e Coin du Roi non ha fatto altro che riprodurre i banchetti tipici del ‘700, sia poveri (orecchie di maiale, stomaci di gallina) sia ricchi (ostriche, Champagne), rifacendosi a quadri e ricettari dell’epoca, per lo meno il totem all’ingresso diceva questo. Mi sembra un’operazione tutto sommato culturale, con tanto di descrizione di ogni piatto, forse un pò paracula, ma con un contenuto. Tra l’altro volendo comprare il rinfresco le altre sere sarebbe bastato pagare 15 euro. Non faccia quindi il solito proselitismo nazional-popolare, perché per una pizza ed una birra si paga la stessa cifra, su…
    Per quanto riguarda la regia, se mi dice di non averne visto del tutto una, allora semplicemente non ha occhi, mi perdoni. Le scelte possono essere discutibili, ma nulla era lasciato al caso, io addirittura ritengo che fosse tutto troppo meccanico in quanto eccessivamente controllato. Di certo non c’era nulla di improvvisato! Il citare “La scala di seta” come esempio di scene low-cost è poi improponibile. L’allestimento scenico è costato tantissimo per l’impianto base, e se Lei pensa che il Teatro Litta sia il Rossini Opera Festival e che uno sponsor donerebbe facilmente una cucina a questi ragazzi secondo me si sbaglia di grosso.
    Forse la regia e le scene di Apollo non sono state geniali? Forse, ammettiamolo, ma di sicuro sono state dignitose, sobrie e di certo non “di bassissimo livello” come scriveva Lei all’inizio.

    Tengo a ribadire che Schiavone non è mio cugino, come lei supponeva, e non mi interessa difenderlo. Le pecche vocali ce le ha tutte e credo che dovrà riflettere seriamente sulla sua tecnica, ma dire che la Shimkus ha una voce spigolosa (di punta sì, non sempre immascherata sì, ma non spigolosa) è un errore. Poi ad essere sempre crescente era la Girardello, non la Shimkus, che invece per intonazione e temperamento mesotonico spiccava tra tutti.

    Caro Luca, volevo postarLe la critica di Cultweek ed invece ho postato quella copia-incolla di Quintorigo, e lei subito mi ha tacciato di scarsa attenzione nella lettura… che birbante! Eccola comunque:
    http://www.cultweek.com/apollo-et-hyacinthus-mozart/

    Operaclick le sembra abbastanza autorevole?
    http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/milano-teatro-litta-apollo-et-hyacinthus

    Ed il Sole 24 ore?

    Mi piace

    1. Mi tocca rispedire al mittente il “birbante” e eviterò di aggiungerci del “disonesto” per limitarmi ad un bonario “estremamente distratto”. Difatti non credo proprio che all’una e 42 minuti di ieri, quando hai postato per errore due recensioni uguali, volessi in realtà linkarmi quella di cultweek pubblicata circa dieci minuti dopo (ti è andata male per pochi minuti). Ora qui mi pare si stia discutendo in maniera onesta, usando ciascuno gli argomenti che meglio conosce per sostenere il suo giudizio. Capita di sbagliare, e fa parte del gioco sottolineare gli errori altrui, così come un certo grado di errore è perdonabile, mentre lo è meno un maldestro (o disonesto se meditato) tentativo di coprire uno sbaglio invece di ammetterlo e basta. Ma direi che questa sciocchezza la chiudiamo con un amichevole “che distratto!”.

      Tornando nel merito della questione.
      L’idea di regia è l’idea che grazie alla coerenza di scenografie, luci, costumi, movimenti e intenzione degli attori, trasmette qualcosa al pubblico che sia un’emozione pura o un messaggio morale. Se si cercava di tramettere un piacere estetico al pubblico è pacifico che si sia fallito malamente. Forse si voleva tramettere un’emozione negativa (disagio?) a fine morale, ma anche questo direi che non è avvenuto.
      Se si cercava invece di trasmette un messaggio attraverso la storia non l’ho colto. La storia è debolissima come si è detto e se si vuole rappresentarla rispettando il libretto o si ha dei solisti incredibilmente bravi a giustificare attoralmente le storture della trama o si sconvolge completamente la trama reinterpretandola. Nulla di tutto questo si è visto, tranne la Shimkus che mi è parsa una buona attrice, magari avrebbe potuto dare di più se diretta meglio. Le scene erano estremamente statiche, nessuna controscena se non qualcosa di abbozzato all’inizio, i due figuranti per nulla sfruttati.
      Scene e costumi erano di bassissimo livello, lo ribadisco. Le fasce dorate sul compensato bianco (o quello che era) erano malamente incollate, il tessuto sulle “architravi” non teso a sufficienza, il “medaglione” dorato rappresentante Apollo pessimamente realizzato. I sottotitoli sono stati più volte aggiustati durante la messinscena e l’attrezzeria dimenticata sul palco durante buona parte dell’intervallo. Nessuna di queste cose prese singolarmente sono peccati mortali, ma la somma non ha dato un’immagine molto professionale…

      Preciso che l’impianto scenico della Scala di Seta è costato qualcosa (comunque incredibilmente poco ti assicuro) in quanto proporzionato alle dimensioni del Teatro Rossini, un’idea simile proposta in un piccolo spazio come il Litta costerebbe nulla e manterrebbe comunque la bellezza dell’idea registica.

      Per quanto riguarda le recensioni ribadisco quanto scritto in precedenza. Hai linkato articoli di persone con tutto il diritto di commentare e recensire un’opera, dal mio punto di vista, ma chiaramente non dal tuo. Uno è un diplomato al conservatorio specializzato però in musica non lirica, e difatti quasi non si esprime sui cantanti se non con un “capacità vocali davvero notevoli” riferito alla Shimkus. Ho letto pezzi della Aspesi meglio circostanziati.
      A Operaclick do atto essere un blog molto più professionale, anche se dal mio punto di vista sempre troppo ed eccessivamente buonista. Tanto che cito “Buona la prova del tenore Graziano Schiavone che supera con sufficiente sicurezza le difficoltà vocali e musicali insite nel difficile ruolo di Oebalus”. Ora mi pareva fossimo tutti d’accordo che Schiavone è indifendibile… Ma questo rischia di diventare un discorso più ampio sulla situazione della critica operistica in Italia, che eviterei di affrontare.
      Ribadisco però ancora che il punto che ti chiedo di giustificare è l’attacco personale e aggressivo che hai portato alla persona di Enrico. Alla luce di queste considerazioni davvero non capisco perché secondo te lui dovrebbe essere meno titolato nello scrive una recensione piuttosto che tutti coloro i cui articoli mi hai linkato.
      Anche se ho notato un’ammorbidimento nel procedere dei suoi post, all’inizio sembrava che non avesse mai visto nulla di più bello e ispirato di questa produzione!

      Chiudo con la questione ostriche e champagne dal momento che probabilmente mi sono spiegato male. Nemmeno io conoscevo questa “société d’opèra” prima di vedere questo Apollo, la notizia del buffet mi aveva un po’ fatto sorridere, ma non avevo ancora visitato il loro sito, né avevo visto la fauna frequentatrice.
      Rispetto al nazional-popolare abbiamo idee completamente opposte, quello che io ho visto è il trionfo del nazional-popolare, ovvero quell’immagine stereotipata e grossolana dell’elitismo che una piccola fetta di società tende ad imitare nell’autoconvincimento di esse parte di (cito dal sito): “una selezionata societas di associati accomunati unicamente dal nobile amore per il bello e il colto”.
      Io non contesto l’esistenza di questo desiderio di riproporre usi e costumi passati utilizzando l’opera come mezzo ma quello non è e non può essere un’operazione culturale (al massimo è un comi-con). Non è certamente nemmeno la via per assicurare all’opera un pubblico giovane, informato e appassionato. Così si finisce per portare avanti i cliché che incatenano la fruizione dell’opera in Italia, e che la classificano come un genere vecchio, noioso, e che (cito lo slogan di coin du roi) “empowering exlusivity”. Poi non ci lamentiamo se il pubblico che va all’opera è questo:
      http://www.dagospia.com/video/cafonal-2/1/i-mummificati-romani-all-opera-di-roma-422.htm

      Ribadisco che coi de roi rimane una nobile iniziativa, ma il fatto che sia tenuta in piedi solo da finanziamenti privati non giustifica un trattamento di favore, altrimenti si finisce per passare qualunque cosa.

      Mi piace

      1. Faccio anche notare, e poi mi taccio, che nella recensione di Capuzzi su revolart leggo che Vilija Mikštaitė è stata Atlanta nel Serse quando invece la cantante interpretava il ruolo eponimo.
        Se per il fatto di aver attribuito un’aria di troppo a Melia per errore sono stato accusato di superficialità e incompetenza, che dire di questa svista?
        La verità è che tutti possiamo sbagliare e possiamo anche avere idee differenti per le quali non vale la pena di incattivirsi in polemiche sterili.
        Un saluto a tutti voi e alla prossima recensione!

        Mi piace

  6. Cito e rispondo!

    “Tornando nel merito della questione.
    L’idea di regia è l’idea che grazie alla coerenza di scenografie, luci, costumi, movimenti e intenzione degli attori, trasmette qualcosa al pubblico che sia un’emozione pura o un messaggio morale. Se si cercava di tramettere un piacere estetico al pubblico è pacifico che si sia fallito malamente”.

    Mi sembra d’uopo tralasciare l’incompletezza e la genericità della definizione da Lei data di idea registica. Ebbene, rifacendosi alle Sue parole entriamo in un campo fortemente soggettivo. Lei non si è emozionato, io sì, tantissimo, come del resto gran parte della sala, che ha elargito applausi scroscianti ed a lungo. Io le posso dire che la regia di Apollo e Giacinto ha avuto un grande pregio, ovvero quello di rispettare non solo il libretto ma anche la partitura. Una musica ed un libretto rarefatti ed atemporali hanno ricevuto un’atmosfera minimalista, leggera, indefinita e già questa è una vittoria.

    “La storia è debolissima come si è detto e se si vuole rappresentarla rispettando il libretto o si ha dei solisti incredibilmente bravi a giustificare attoralmente le storture della trama o si sconvolge completamente la trama reinterpretandola”.

    Infatti Pizzech è stato molto bravo ad alterare le funzioni di Propp rispettando però trama e libretto. In questo modo, complice una direzione intelligente e ricca di colori, ha creato dei momenti di forte pathos, che le altre versioni finora prodotte (vedi quella del Mozarteum da lei postata nel primo commento) non hanno assolutamente estrinsecato, restituendo invece una storia drammaturgicamente piatta ed infantile. Non mi dica di non essersi emozionato durante il duo di Melia ed Oebalus perché onestamente non La credo, con tutta la bonarietà del mondo.

    “Scene e costumi erano di bassissimo livello, lo ribadisco”.

    Le consiglio di guardare una qualsiasi produzione di un’istituzione accomunabile a Coin du Roi, come le varie Chamber Opera inglesi o Kammer Oper tedesche, che anche se finanziate dallo stato operano tagli pazzeschi alla partitura, all’organico, le scene sono pessime ed i cantanti sono tutti stagisti. Il livello di Coin du Roi in confronto è altissimo.

    “Le scene erano estremamente statiche, nessuna controscena se non qualcosa di abbozzato all’inizio, i due figuranti per nulla sfruttati”.

    Le scene dell’Apollo di Salisburgo le ha viste? Secondo me ancora più statiche e bidimensionali. Quella di Coin du Roi è una produzione volutamente minimalista e neo-classica, che non richiedeva una ricchezza scenica, sempre in linea con musica e libretto, lo ribadisco. Per quanto riguarda i figuranti, siamo sempre nei limiti della dialettica, pensi che Michele Curnis su GBopera ha scritto che sono stati anche troppo sfruttati…

    “Le fasce dorate sul compensato bianco (o quello che era) erano malamente incollate, il tessuto sulle “architravi” non teso a sufficienza, il “medaglione” dorato rappresentante Apollo pessimamente realizzato”.

    Il medaglione era visibilmente fatto a mano, e non era poi così male. Il tessuto era sgualcito sì, ma se lei fa lo scenografo od il regista come credo, immagino sappia che per tendersi il tessuto ha bisogno di stare del tempo sotto il peso delle cantinelle metalliche. Immagino che quelli di Coin du Roi abbiano avuto poco tempo a disposizione per montare. Non è assolutamente una giustificazione, ci mancherebbe, il risultato è ciò che conta, ma se lei ha bisogno di un tessuto teso e di bordini dorati propriamente incollati per emozionarsi, a mio modesto parere è un feticista dell’opera, ancora più lezioso e pericoloso delle mummie di Dagospia.

    “Rispetto al nazional-popolare abbiamo idee completamente opposte, quello che io ho visto è il trionfo del nazional-popolare, ovvero quell’immagine stereotipata e grossolana dell’elitismo che una piccola fetta di società tende ad imitare”

    Secondo me Lei non coglie un aspetto fondamentale. A parte il fatto che l’opera è nata e si è sviluppata come spettacolo in bilancio tra intrattenimento e valore culturale, e proprio questo dualismo potrebbe renderla fruibile alla stragrande maggioranza del pubblico, il problema è di tipo economico. Se all’opera andasse solo la gente che vive il teatro “con contrita ascesi e rigore artistico” e che come Lei, Pedrotti (suppongo) e me pretende di entrare all’opera con un biglietto da 15 euro, i teatri d’opera fallirebbero subito. Si faccia due conti, il Litta avrà sì e no 250 posti. Anche ammesso che il teatro sia pieno, a 15 euro sono 3700 euro a sera, lei crede che mettere su un’opera costi così poco?? E’ ovvio che si deve puntare ad una clientela con i soldi, a meno che lo stato non si decida a finanziare a pioggia come avviene in Germania, ma la tendenza in Italia è drammaticamente opposta.
    Non si preoccupi, le mummie di Dagospia vanno alle Traviate e Tosche, ed ai teatri di fama, al sede ed i titoli che sceglie Coin du Roi sono un deterrente in entrata, ma io ritengo interessantissimo che si punti ai giovani: tutti sappiamo che all’opera si arriva per ragioni contingenti e poi si finisce per amarla in toto, ebbene, se il banchetto filologico e la pretesa di eleganza sono un modo per portarli a teatro (e data l’età media del pubblico dell’Apollo, direi che funziona) allora ben venga! Tra tutte le marchette che si possono fare e si fanno, quella gastronomica mi sembra davvero il meno peggio. Secondo me Coin du Roi sbaglia soltanto nella comunicazione. Dovrebbe far capire il perché i prezzi devono essere necessariamente alti, per il lavoro che c’è dietro, piuttosto che per scelta di campo. Avranno comunque le loro ragioni.

    “Per quanto riguarda le recensioni ribadisco quanto scritto in precedenza. Hai linkato articoli di persone con tutto il diritto di commentare e recensire un’opera, dal mio punto di vista, ma chiaramente non dal tuo”.

    http://www.gbopera.it/2015/10/apollo-et-hyacinthus-di-mozart-al-teatro-litta-di-milano/
    Assoldato od incompetente?

    http://www.ilcorrieremusicale.it/2015/10/22/apollo-et-hyacinthus-a-milano-settecento-di-color-bianco/
    Lei?

    Come vede, Luca, le testate specialistiche puntano sì il dito sulle criticità, ma tutte costruttivamente, e nell’idea generale che lo spettacolo sia stato di qualità, soprattutto musicale. E’ innegabile che il lavoro svolto sia davvero ben fatto, dalle ricerche filologiche all’esecuzione finale. NelFieroAnelito è l’unico blog nel quale un critico (per giunta dalla foto giovanissimo) si è arrogato il diritto di scrivere cose del tipo “la direzione è stata pesante ed incontrollata” (niente di più falso e pretenzioso, a detta di tutta la critica e degli ascoltatori di buon senso), o “Il livello ci è sembrato inferiore a quello iniziale”, e l’unica testata nella quale un redattore, poco diplomaticamente ha messo “like” su un commento tranchant come il suo iniziale, caro Luca. Questa è stata la ragione della mia invettiva. Ripeto, io al Serse non ci sono stato, ma tutti quelli che ho sentito hanno invece detto l’esatto contrario, apprezzando proprio il progresso musicale e registico della compagnia.

    Concludendo, questi ragazzi stanno offrendo un’opportunità bellissima alla città di Milano, credo che buttarli giù su un blog pubblico sia una cosa davvero poco tattica (per usare un eufemismo) da fare, e vorrei che Pedrotti riflettesse proprio sul peso, per una compagnia che si sostiene con i soli biglietti, di una recensione falsamente negativa sul web. Siamo in presenza di un livello indubbiamente molto alto e di una novità assoluta per la nostra città che io, da giovane e musicista intendo difendere con unghie e denti.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...