La serva padrona e Livietta e Tracollo di Pergolesi al Litta di Milano

Teatro Litta, 13/12/2015

Orchestra Coin du Roi

Direttore: Christian Frattima
Regia, Scene e Costumi: Athos Collura
Aiuto regia: Cristina Castigliola

Serpina / Livietta: Aurora Tirotta
Uberto / Tracollo: Carmine Monaco

Durante la sua breve vita, Giovan Battista Pergolesi compose solamente tre intermezzi ma se escludiamo Nerina e Nibbio del 1732, probabilmente oggetto di collaborazione con altri autori minori e di cui per altro non ci è giunta la musica, il dittico proposto ieri sera è assolutamente esemplificativo della produzione pergolesiana e, più in generale, del genere dell’intermezzo comico così come si era diffuso negli anni ’20 e ’30 a Napoli.

A dire il vero, l’epoca dell’intermezzo fu breve tanto che quelli di Pergolesi possono essere considerati in ambito napoletano gli ultimi e certo i più riusciti esempi di tale genere. Tuttavia il successo che ebbe poi La serva padrona con rappresentazioni in almeno trenta città europee prima del 1752 testimonia l’apprezzamento del pubblico per una musica (e un testo) di inimitabile naturalezza e semplicità. Ben lontani dalla pomposità e dai clichés dell’opera seria, citata al massimo per farne parodia come in Livietta e Tracollo nell’aria Ecco il povero Tracollo o ancora la successiva Vedo l’aria che s’imbruna, gli intermezzi costituiscono l’embrione della nascente opera comica.

Le due opere fra loro presentano notevoli affinità, scritte entrambe per il basso Corrado e il soprano Monti furono composte ad un anno l’una dall’altra per il Teatro San Bartolomeo: La serva padrona fu rappresentata nel 1733 fra gli atti de Il prigionier superbo, mentre La contadina astuta o Livietta e Tracollo in occasione di Adriano in Siria.

Sul piano della struttura drammaturgico-musicale i due intermezzi corrono in parallelo: i toni autoritari con cui Serpina da serva si fa padrona della celebre aria dal tempo sostenuto Stizzoso, mio stizzoso sono ripresi dalle rivendicazioni di Livietta (Sarebbe bella questa) collocata in posizione analoga all’inizio dell’opera; il lamentoso addio di Serpina che troviamo in A Serpina penserete è esattamente speculare per sentimenti e collocazione al Caro, perdonami di Livietta ed in entrambi i casi tali addii provocano dubbi e ripensamenti espressi dagli innamorati nei recitativi che seguono.

Ebbene, siamo felici di aver assistito alla rappresentazione di entrambi gli intermezzi nella medesima serata messi in scena con una regia davvero ben riuscita che ha coinvolto e divertito il pubblico, a dire il vero non numerosissimo, presente in sala.

La serva padrona è ambientata nella domus di un patrizio romano (Uberto) con tanto di eleganti colonne di marmo, un triclinio e sullo sfondo la riproduzione degli affreschi pompeiani della Villa dei Misteri. La vicenda non potrà più ruotare attorno al cioccolate ed è quindi stato scelto di cambiare il libretto introducendo le parole vin rosato, così come gli scudi si son mutati in sesterzi; potrà non piacere ai filologi ma per uno spettacolo che deve divertire lo trovo assolutamente accettabile.

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Più coinvolgente è il secondo intermezzo ambientato nello stesso luogo 2000 anni dopo in un’Italia degradata fra scavi archeologici abbandonati, trafugamenti di resti archeologici e vandalismo. Posto che Pompei è in una situazione ben migliore di quella che si può immaginare da tanti racconti giornalistici, l’idea funziona a meraviglia soprattutto se pensiamo che anche Tracollo è un ladruncolo che vive alla giornata. La recitazione dei due protagonisti è spigliata e le numerose comparse come i poliziotti lazzaroni completano l’atmosfera comica. Azzeccata anche la scelta di far recitare la prima parte in proscenio a sipario chiuso portando così i protagonisti ancora più in contatto con il pubblico.

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Dal punto di vista musicale le cose vanno piuttosto bene. Le parti, a dir la verità tutt’altro che inaffrontabili, sono state affidate ad Aurora Tirotta e a Carmine Monaco. Come spesso capita il versante femminile riserva più soddisfazioni: Tirotta, oltre alla bella presenza scenica, ha dalla sua una voce leggera, un timbro brillante e una omogeneità dei registri che le permette di affrontare la parte con la spigliatezza che si richiede al personaggio. Monaco invece ha l’esperienza per fraseggiare in modo convincente e sa divertire nelle parti buffe; purtroppo quando la voce sale perde di qualità e risulta meno controllata.

La buona orchestra Coin du Roi è diretta in maniera diligente e precisa dal Maestro Frattima, sempre elegantissimo.

Facciamo i nostri migliori auguri a questa giovane compagnia d’opera, sperando di poter tornare al Litta per la prossima stagione.

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