Ventimila milioni per Carmela Remigio: è lei la Vedova Allegra del San Carlo

Musica di Franz Lehar
Libretto di Victor Léon e Leo Stein

Direttore: Alfred Eschwé
Regia: Federico Tiezzi
Costumi: Giovanna Buzzi
Coreografia: Lienz Chang

Il barone Mirko Zeta: Bruno Praticò
Valencienne: Valentina Farcas
Il conte Danilo Danilowitsch: Markus Werba
Hanna Glawari: Carmela Remigio
Camille de Rossillion: Bernhard Berchtold
Il visconte Cascada: Domenico Colaianni
Roul de St-Brioche: Enzo Peroni
Bogdanowitsch: Matteo Ferrara
Sylviane: Francesca Martini
Kromow: Donato Di Gioia
Olga: Miriam Artiaco
Pritschitsch: Dario Giorgelè
Praskowia: Lara Lagni
Con la partecipazione di Peppe Barra nel ruolo di Njegus

Allestimento del Teatro di San Carlo in coproduzione con il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Carlo Felice di Genova e l’Arena di Verona

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo

Ieri sera il pubblico del San Carlo ha finalmente assistito alla rappresentazione di un’operetta, cosa ormai piuttosto rara oggigiorno: basti guardare alle produzioni in programma questa stagione nei grandi teatri d’opera italiani per notare che l’operetta è un genere purtroppo sottovalutato che andrebbe, invece, riscoperto e nuovamente apprezzato. È vero però che La Vedova Allegra è una delle pochissime operette tuttora rappresentate, nota anche al vasto pubblico grazie alle sue arie e motivetti ormai celebri.

La regia di Federico Tiezzi la vuole ovviamente ambientata a Parigi ma la data in questo caso è ben precisa: 24 ottobre 1929, il cosiddetto giovedì nero di Wall Street. Ed è chiaro il motivo di tutto ciò; la contessa di Glawari, rimasta vedova del ricco banchiere di corte Pontevedrino, rischierebbe di mandare in bancarotta l’intero stato di Pontevedro qualora il denaro da lei ereditato uscisse dalle casse del paese. Compito del barone Mirko Zeta è quello di rilanciare la borsa evitando in ogni modo che la contessa si sposi con uno straniero. Ecco quindi che le scene di Edoardo Sanchi ci mostrano, tramite alcune proiezioni, prima il crollo degli indici azionari e poi, il loro immediato moltiplicarsi con il Nasdaq in forte rialzo.

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Le scena, ripresa dalla produzione del 2010 del San Carlo, è fissa e, il grigio colonnato, alla lunga, stanca; nonostante l’ingresso di scale, cassaforti e divani renda leggermente più movimentata la situazione. Purtroppo per inserire questi elementi, veniva fatto calare sulla scena un mini-sipario color carta stagnola piuttosto ridicolo.

Ma grazie ai balletti e alla capacità interpretativa dei cantanti il tutto è stato godibilissimo e per nulla noioso.

Tra i numerosi personaggi, il barone Mirko Zeta (Bruno Praticò) è stato l’unico a poter competere, nelle parti recitate, con Peppe Barra, famoso attore e cantante, aprezzatissimo dal pubblico per il suo ruolo di Njegus.

Praticò da veterano del palcoscenico attira l’attenzione su di sé grazie alla sua espressività nel parlato e alla solida tecnica che lo vuole protagonista nella marcia “è scabroso le donne studiar” intonata da tutti i personaggi maschili. Davvero uno dei momenti più simpatici, complice anche il libretto che, con la frase “Donne, donne, eterni dei“, ci riporta alle note rossiniane del Barbiere.

Nella coppia Camillo, Valencienne, è lei ad avere la meglio: Valentina Farcas bene interpreta la sua parte, specialmente nei duetti con Bernhard Berchtold che interpreta un Camillo senza infamia e senza lode. Aprezzatissimo però dal pubblico letteralmente in delirio dopo la sua romanza “Come di rose un cespo”.

Purtroppo sulla recitazione della Farcas inficia negativamente il suo accento rumeno ma, se dovessimo immaginare il tutto ambientato a Parigi, un accento straniero non disturberebbe poi tanto. Il suo registro migliore è quello acuto e sovracuto che ovviamente, come da partitura, non ha potuto esprimere nel can-can delle Grisettes (“Sì, noi siamo le signorine”) il quale presenta note piuttosto gravi e di conseguenza la sua voce chiara era lì udibile a malapena; c’è però da dire che in quel momento il direttore, forse preso dalla foga per le Grisettes, stava calcando parecchio la bacchetta.

Bravo anche il conte Danilo Danilowitsch interpretato dal tenore Markus Werba che esordisce con l’aria “Vo’ da Maxim allor” dove gigioneggia quanto basta rendersi credibile nel ruolo. Il tombeur de femmes dall’accento austriaco canta con scioltezza e cattura il pubblico; la sua voce dal bel timbro corposo è gradita all’orecchio, un po’ meno qualche suo acuto non intonato con la dovuta sicurezza sin dal principio ma, nel complesso, risulta pienamente soddisfacente.

Si è espresso al meglio quando affiancato da Carmela Remigio: divertente e spigliato il duetto Hop là, hop là” e quasi commuovente “Tace il labbro”.

Non vi è alcun dubbio che, senza la presenza della Remigio in scena, l’opera avrebbe preso una piega del tutto diversa: è lei infatti, Hanna Glawari, ad essere la protagonista in tutto e per tutto. In “Io di Parigi ancor”  non ci mostra ancora ciò di cui sarà capace, ma già l’interpretazione della romanza della Vilja può dirsi veramente degna di nota: nonostante le strofe siano musicalmente identiche, la Remigio ha saputo differenziarle, evitando accuratamente l’eventuale monotonia curandone i dettagli e le piccole inflessioni, regalandoci così uno dei momenti più interessanti dell’opera, grazie al suono rotondo e pieno che, tutt’altro che esile, si spande per il teatro.

La direzione di Alfred Eschwé si fa stringata e puntuale soprattutto durante le marcette e nei momenti maggiormente ritmati come nel can-can di Offenbach, inserito più per ricreare un’atmosfera goliardica che non per vera necessità. Cosa avvenuta anche per l’aria napoletana intonata da Praticò, a mio avviso cantata proprio per risvegliare maggiormente lo spirito partenopeo del pubblico.

Il mio applauso più sentito e i miei complimenti vanno comunque alla bravissima Carmela Remigio.

Bravi anche tutti gli altri membri del cast: Il visconte Cascada (Domenico Colaianni), Roul de St-Brioche (Enzo Peroni), Bogdanowitsch (Matteo Ferrara), Sylviane (Francesca Martini), Kromow (Donato Di Gioia), Olga (Miriam Artiaco), Pritschitsch (Dario Giorgelè) Praskowia (Lara Lagni).

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