Conciossiacosacché: un cast d’eccezione per la Cenerentola firmata Emma Dante.

Musica di Gioachino Rossini
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Jacopo Ferretti basato sul libretto francese
di Etienne per la Cendrillon di Isouard

DIRETTORE Alejo Pérez
REGIA Emma Dante
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
SCENE Carmine Maringola
COSTUMI Vanessa Sannino
MOVIMENTI COREOGRAFICI Manuela Lo Sicco
LUCI Cristian Zucaro

INTERPRETI PRINCIPALI
DON RAMIRO Giorgio Misseri
DANDINI Giorgio Caoduro
DON MAGNIFICO Carlo Lepore
CLORINDA Damiana Mizzi
TISBE Annunziata Vestri
ANGELINA Josè Maria Lo Monaco
ALIDORO Ugo Guagliardo

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera
Nuovo allestimento

Il Teatro Costanzi nell’attesa di celebrare il bicentenario dalla prima rappresentazione del Barbiere di Siviglia a Roma mette in scena un’altra opera rossiniana: La Cenerentola. Questa fiaba, sogno di tutti i bambini, si è rivelata un vero gioiello per il pubblico presente; complice sì, il fantastico allestimento di Emma Dante ma anche il cast davvero d’eccezione.
L’indole della famosa regista non poteva rimanere ingabbiata nelle convenzionali scene d’epoca fatte di antichi palazzi dall’aspetto rococò ma non si è neppure lanciata in una Cenerentola contemporanea munita di aspirapolvere e iPod. Ha fatto molto di più: ha saputo rendere l’aspetto fiabesco della vicenda senza scadere nel banale o nel ridicolo. Si è ispirata al mondo del Pop Surrealism, un mix di gioco ed inquietudine che rispecchia perfettamente il carattere della protagonista confusa dal nuovo amore appena sbocciato e allo stesso tempo vessata e tormentata dai familiari. In particolare, l’aspetto onirico è ben inquadrato dall’unica scena che dà un senso di atemporalità: una grande parete bianca con alcune finestre, un lampadario e tanti paraventi che incorniciano i vari personaggi. La vera particolarità è però lo sdoppiamento di Cenerentola; nel muoversi si porta dietro uno stuolo di bambole meccaniche (caricate con tanto di chiavetta a molla dietro la schiena), queste, proiezioni della sua personalità, agiscono insieme a lei e sono in un certo senso il suo lato inquietante e nascosto ma anche le prime a correre incontro alle tante versioni meccaniche del principe, pronte a buttarsi tra le sue braccia. Si esprimono in modo eloquente senza dire una parola e supportano i protagonisti amplificandone il carattere e l’interiorità. Una trovata, a mio parere, geniale.

Una volta emancipata e finalmente libera dai soprusi saranno Don Magnifico e le sorellastre a divenire automi meccanici prendendo il suo posto; il perdono di Cenerentola dunque non basta a raddolcirgli l’anima e di conseguenza eccoli imprigionati nelle vesti di replicanti. Il lieto fine non è completo ma, del resto, è la stessa Emma Dante a non crederci per prima.

Un elogio particolare va dunque a Carmine Maringola per le sue scene e ai fantastici costumi di Vanessa Sannino ispirati ai dipinti di Ray Cesar, i cui soggetti sono spesso ragazze dal candore più puro e, al contempo, macabre ammaliatrici, come nelle immagini sottostanti.

Come ho accennato anche nel titolo Emma Dante non è stata certo l’unica attrattiva della produzione, il cast presente ieri sera ha valorizzato al meglio le note del mitico pesarese oserei dire per l’intera durata dell’opera. Con il brano di introduzione ci vengono presentate le due sorellastre: Damiana Mizzi veste i panni di Clorinda e Annunziata Vestri, con la sua voce possente, non può essere che Tisbe. Entrambe recitano benissimo, il loro è un atteggiamento dispotico ma al contempo ingenuo e sciocco che la Vestri ha perfettamente recepito. Brave nel sestetto finale e in “O figlie amabili di Don Magnifico” dove fa la sua entrata in scena un vero veterano della lirica: Carlo Lepore. Possiamo affermare che il suo dominio nelle agilità è pressoché totale; del resto, da assiduo frequentatore del festival di Pesaro, si è ormai specializzato nei ruoli di basso buffo e si può permettere, grazie alla sicurezza con cui affronta la parte, di farne emergere il suo lato più comico. È così multiforme e divertente che quasi non avvertiamo la sua natura malvagia e abietta. “Conciossiacosaché” e il capolavoro della serata e la sua velocità nel destreggiarsi con la miriade di parole del libretto è davvero notevole, anche perché il volume della sua voce è perfettamente udibile da ogni angolo del teatro.

L’altro basso, Il Mago Alidoro è il bravissimo Ugo Guagliardo dal timbro imponente, che se durante “Là del ciel nell’arcano profondo” fa qualche leggerissima sbavatura nelle agilità più rapide, nelle parti d’insieme va dritto come un treno, non si lascia trasportare dal vortice dell’orchestra e delle voci ma, come una mitragliatrice, spara a zero su tutti. Il principe cameriere Dandini è il simpaticissimo Giorgio Caoduro, rossiniano nel sangue, è ampiamente applaudito in “Come un’ape nei giorni d’aprile” e, nel duetto con Don Magnifico “Un segreto d’importanza”, diverte il suo mini strip-tease e il suo atteggimento svagato e sornione fino alla dichiarazione “son Dandini il cameriere” con cui dismette i suoi abiti di principe. Quest’ultimo è interpretato dal tenore Giorgio Misseri, tecnicamente molto abile e veloce, con una voce chiara e leggera. Nelle parti d’insieme rischia di emergere un po’ meno degli altri ma nella scena con duetto “Tutto è deserto… Un soave non so che” dove si confronta con la sola Angelina, emerge la purezza del timbro che ben si adatta al ruolo di principe innamorato. Nel secondo atto appare leggermente più stanco ma riesce a destreggiarsi anche in “Sì, ritrovarla io giuro” dove canta sopra una lunga tavola tramutatasi con un poco di fantasia in un carro o veliero dal quale Don Ramiro cerca di avvistare la Cenerentola di Josè Maria Lo Monaco. Il giovane mezzosoprano ha una solida coloratura e, al contempo un registro basso pieno e profondo. Specialmente nell’ultima aria “Non più mesta accanto al fuoco” si avverte il passaggio da un registro all’altro ma, in un’ opera come questa, Rossini mette davvero in difficoltà la povera servetta ed è impossibile evitare che ciò si verifichi. Angelina è abile nell’affrontare il ruolo, colpiscono le volatine in “Signor, una parola” e la sua coloratura nella scena finale.

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L’unica nota un poco dolente della serata è stata la direzione del giovane Alejo Pérez, che per la prima volta affronta quest’opera non senza incontrare qualche difficoltà; si notano fin troppo le scollature tra orchestra e voci che talvolta seguono tempi completamente differenti e nel complesso tutta l’esecuzione risulta piuttosto piatta, ci sarebbe stato bene qualche crescendo in più e un po’ meno confusione nelle code orchestrali, ma la perfezione, si sa, non è di questo mondo.

Nel complesso la Cenerentola romana è sicuramente da ricordare, se non altro per il magnifico finale del primo atto: un capolavoro musicale che vale la pena di essere ascoltato e riascoltato.

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1 commento su “Conciossiacosacché: un cast d’eccezione per la Cenerentola firmata Emma Dante.”

  1. Ahimè, io ho visto il cast di giovedi 28, con un Dandini davvero bravo e il Don di Corbelli che seppur appena appannato e` sempre di classe; ma a parte forse il tenore tutti gli altri han tanta, ma davvero tanta strada da fare, e alcuni forse non nella lirica: anche Angelina, nonostante il bel colore nel registro centrale e basso, non può prendere a picconate tutti gli acuti del rondo` finale, rovinandolo! Poi dopo le prodezze di una Kasarova o una Geneaux, la sua interpretazione stile orologio a cucù e` assai datata e insoddisfacente. Stendiamo poi un velo pietoso sulle sorellastre, il coro, ed anche sul fiato che e` riuscito a steccare sulle semplici melodie scritte per gli orchestrali.

    Cantanti a parte, il direttore d’orchestra non si capisce cosa facesse la`. Più d’una volta buca e palcoscenico non erano a tempo, la sua personale interpretazione del crescendo Rossiniano–facendolo partire da un mezzo forte per farlo arrivare a un ff–non ha molte chances di fare proseliti nella storia dell’opera, come pure la scelta di tempi così dilatati e l’interpretazione pedissequa dei daccapo spesso noiosa (e in quest’opera e` decisamente un primato riuscirci): e` la prima volta dove avrei tanto desiderato fossero stati fatti dei tagli oltre, grazie al cielo, all’aria della sorellastra prima del finale secondo.

    Pure la resa scenica, dopo un iniziale sorriso, e` stata una delusione. La cenerentola si presta benissimo a interpretazioni moderne, ma la scelta di semplificare le scenografie (rendendole noiose) e complicare le coreografie con 6 Cenerentole e 6 Ramiro (creando confusione nel racconto) di per se` e` assai opinabile, poi il suicidio di massa di damine e travestiti alla fine del primo atto avrà pure avuto riferimenti al tema della gelosia (tema già chiarissimo nelle parole e nell’atto scenico delle sorellastre, quindi sottolineatura poco originale e ridondante) e` decisamente di cattivo gusto, quasi come il costume di Cenerentola che pareva una versione sovrappeso di una donna-ragno-dark in pantacollant di simil-pelle… poveri noi! la peggior interpretazione di un’opera rossiniana che abbia mai visto in venticinque anni.

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