Intervista: il Belcanto di Carmela Remigio dal San Carlo e non solo!

Dopo aver ascoltato al San Carlo La Vedova Allegra così ben interpretata da Carmela Remigio abbiamo avuto l’opportunità di intervistarla. Ecco cosa è emerso dalla breve chiacchierata.

La Vedova Allegra è una delle operette più famose e più rappresentate al mondo. In Italia questo genere musicale può dirsi quasi una rarità. Ritiene che questo mondo, parallelo a quello della grande opera lirica, debba essere valorizzato ulteriormente?  Perché effettivamente tra le musiche di Offenbach, Sullivan, Lehar, Lombardo e molti altri autori ci sarebbe un repertorio sconfinato è interessantissimo da far scoprire al pubblico, magari stanco della solita Liù o Violetta; non trova anche lei?
Noi italiani tendiamo a considerare l’operetta in modo un po’ negativo, siamo legati al concetto antico di questa: l’operetta “varietà”, quando invece si tratta di un’opera vera e propria. Però ci sono anche paesi come l’Austria in cui l’operetta è qualcosa di classico e il pubblico la vuole nei programmi; è ormai di repertorio: Il Pipistrello ad esempio è stupenda. Il Flauto Magico poi è un singspiel, con parti recitate e cantate ed è meraviglioso, una sorta di operetta, per giunta in tedesco; come del resto è anche la Vedova. Qui a Napoli si fa in italiano; con tutto che il testo non è certo meraviglioso, ma dobbiamo tenercelo così. Tornando all’operetta in genere, in Italia è considerata qualcosa di minore, un divertissement. Sarà anche meno impegnativa vocalmente ma quando stai sul palco devi cantare non puoi di certo far finta di cantare. Che poi la Vilja è un aria anche abbastanza difficile nella conclusione, arriva quel si, all’improvviso.

Che non si intona affatto piano, anzi.
No no, tutt’altro.  Poi come hai sentito l’orchestrazione è bella importante; non pensavo che fosse un organico così impegnativo.

Ritornando alla Vedova Allegra, mi chiedo come sia, per una cantante dover affrontare lunghe parti recitate. È stata una sorta di sfida o dopo i molti recitativi affrontati nella sua carriera non ha incontrato particolari difficoltà?
Sì, effettivamente è difficile poiché, subito dopo aver cantato, la voce è impostata, e quindi nel momento in cui si deve recitare, e magari avere un tono di voce più morbido e flessibile ci si ritrova come bloccati o incastrati con un tono un po’ troppo alto che potrebbe risultare petulante e antipatico. Personalmente per cercare di dare toni di voce più sensuali, più caldi, data anche la mia parte, occorre usare un appoggio, che è comunque simile a quello cantato ma, paradossalmente, ancora più profondo del canto. Questa è la maggiore difficoltà della Vedova Allegra. Del resto avendo cantato parti ben più difficili, non posso certo dire che questo sia un ruolo particolaramente complesso. È un divertissement, uno sfizio. Per una volta in scena mi diverto: finalmente non vi sono né morti, né tragedie, ma solo sorrisi. È una parentesi divertente all’interno di tante recite drammatiche.

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A Bergamo un tripudio di applausi per la sua Bolena

Effettivamente lei è reduce dall’Anna Bolena che proprio allegra non è. ora concluderà con Hanna Glawari e in aprile sarà addirittura Miranda nella Donna Serpente a Torino. Com’è interpretare ogni volta un ruolo diverso, reinventarsi, cambiare, tentare di fare qualcosa di differente da quello che hanno fatto gli altri? Entrare nel personaggio diventa complesso?
No, è un meraviglioso lavoro di ricerca.  E chi studia canto deve essere preparato a questo: alla versatilità. Bisogna essere mentalmente aperti a qualsiasi soluzione, a tutto. È il divertimento di cercare dentro di sé il dramma ma anche il sorriso.
Solo se affrontato con questo spirito un ruolo può essere oggetto di arricchimento personale. Ogni volta che devo interpretare un personaggio nuovo inizio a studiare quello che storicamente è stato, ciò che emerge analizzando a fondo l’opera, quello che mi potrebbe venire in mente di inventare per quel personaggio. E perché no, tentare di percorrere altre strade; nella medicina c’è la sperimentazione, nell’arte non dovrebbe esserci? Nella poesia c’è, nell’arte dì figurativa c’è, perché noi della lirica dobbiamo sempre essere ancorati al passato, alla storia, alla tradizione? Sì, quella ci serve ovviamente, si parte proprio da lì, ma bisogna sviluppare altre strade, e questo voi giovani lo dovrete fare ancora di più.

Mi sembra fiduciosa nelle nuove generazioni!
Assolutamente si; ma non so se insegnerò mai, per il momento ho avuto una sola allieva, che adesso canta e sono molto felice per lei. Sono curiosa di vedere fra 20 anni o 30 anni come questo mondo si evolverà. Che cosa sarete in grado di fare, di sviluppare.

Purtroppo, in generale, nel mondo della lirica si tende sempre a guardare al passato, ai Beniamino Gigli della situazione e imperversa la critica nei confronti dei nuovi artisti.
Lo so, questo è molto triste. Ripeto: il rispetto per la tradizione, per la storia ci deve essere; però oggi, probabilmente, certe voci di cantanti che negli anni ’50 e ’60 erano famosi, non passerebbero.

Il mondo d’oggi è molto più tecnico e selettivo?
Sì, ma non soltanto: il pubblico che viene a teatro oggi, ha bisogno di vedere in Bohème e in Traviata, piuttosto che in Vedova Allegra, o che in qualsiasi altra opera, una coerenza tra ciò che vede e quella che è la storia. Non può più tollerare i centottanta chili, giusto?
Allo stesso modo, non possiamo più tollerare certe cose dello stile vocale e interpretativo che non sono più giuste. Tutto evolve, e sarà così. E sono felice per voi, perché chissà cosa inventerete. Probabilmente da vecchia verrò a teatro molto più di quanto non vada adesso. Ma non per criticare, perché è qualcosa che non ho mai amato fare, e anche ora non è nelle mie corde. Anzi, vado a teatro per prendere spunto e per cercare di capire in cosa posso migliorare.
Non fermiamoci alla critica che appiattisce e porta inevitabilmente alla banalizzazione.
Cerchiamo invece di far volare delle idee, la creatività, l’energia. Le correnti che criticano, si sa, ci saranno sempre.

Facendo un passo indietro, agli inizi della sua carriera c’è la vittoria nel 1992 quando ottiene il primo premio del Luciano Pavarotti International Voice Competition. Si aspettava questo successo o è stata la sorpresa che le ha sconvolto la vita?

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È stato un momento molto bello, pensa che avevo la tua età, anzi, poco di meno. Avevo iniziato a studiare musica da piccola, con il violino a 5 anni e, proprio per migliorare il fraseggio di questo, mi ero avvicinata al canto, prendendo lezioni sin dai 14 anni; per gioco, per hobby. L’ho sempre fatto con questo spirito, quindi tutto quello che è arrivato in seguito è stata una sorpresa che ho accolto sempre con entusiasmo. E ancora adesso è così.
Quando mi stancherò di farlo con entusiasmo mi toglierò di mezzo, stai tranquilla.

Immagino che intraprendere una carriera da giovanissima, a ridosso dei vent’anni, abbia comportato certamente grandi soddisfazioni ma anche molti sacrifici.
Assolutamente si, immagina solo che a diciannove anni ero già via ogni mese, in una città diversa, a cantare un ruolo diverso: con tutti gli occhi puntati addosso e tutti pronti a criticare.
È bellissimo, perché è un sogno, però c’è stato il peso dell’immediata maturità da assumere, la forza da avere nell’abituarsi ad essere soli; con tutti i grandi che ti sono vicino pronti a sbranarti con una parola, e tu che devi stare lì in mezzo e… starci. E sopravvivere, e andare avanti, e crescere.
Non è facile essere giovani in questo ambiente.

Nell’interpretazione di un ruolo, qual è il suo approccio al nuovo personaggio?
Parto sempre dal passato, analizzo ciò che è stato fatto, mi guardo intorno. Studio il personaggio drammaturgicamente, storicamente e poi sì, attingo certamente all’esperienza passata, da quello che ho vissuto in altri ruoli.
Per parlare dell’ultima cosa che ho fatto, sono arrivata ad Anna Bolena dopo aver affrontato le altre due regine Donizettiane, passando per Norma e Adalgisa: nello specchio delle due donne. E l’unica possibilità è stata farmi ispirare un po’ da tutti questi personaggi.
Spesso in un ruolo si scoprono altre vocalità, altri fraseggi; ti faccio riflettere: in Donna Anna c’è tanto di Belcanto; cito lei perché è il personaggio che ho cantato di più, e continuerò a cantare. C’è il germe del Belcanto puro. Perché le prime cinque battute di “Non mi dir” con quel legato infinito, scritte in quella tessitura di passaggio, sono Belcanto e non puoi che cantarle così. Il recitativo precedente, è anch’esso di Belcanto e la cabaletta che è chiaramente una cabaletta mozartiana, ha un che di agilità folle che ti fa quasi presagire il futuro musicale. C’è un sottile collegamento tra tutto ciò perché il Belcanto arriva direttamente dal repertorio mozartiano e questo non lo dobbiamo dimenticare. Non lo si può proporre come se provenisse dal Verismo, cosa che spesso accadeva negli anni ’50. Perché il Belcanto nasce nel 1831 con Norma, circa 40 anni dopo il Don Giovanni, che non è un’infinità di tempo. E certamente non si conosceva la Cavalleria, la Boheme, la Tosca, ma neppure Verdi con la Traviata.
È necessario quindi studiare il repertorio e il personaggio in virtù di questi fattori; è fondamentale conoscere l’epoca di composizione, chi erano gli interpreti storici e chi cantava quel ruolo cos’altro interpretava. Quando sei l’interprete metti in circolo le tue idee giuste, sbagliate, criticabili o meno; ma è lì hai il dovere di mettere te stesso.
Si lavora molto a livello mentale ma poi anche fisicamente non si scherza!!
La parte vocale ritengo che sia quella da dover assimilare proprio alla base e averne totale dominio. Non puoi arrivare ad un personaggio e dire “forse non ce la faccio”, lo devi accettare e studiare solo se sai di poterlo cantare, con la tua voce, con il tuo timbro e il tuo stile.

Lei ha interpretato moltissimi ruoli, da Haendel, a Monteverdi (che oltretutto riprenderà in Scala con “L’incoronazione di Poppea” a Ottobre 2016), a Mozart di cui ha cantato gran parte dei ruoli femminili, poi Donizetti, Rossini, ma anche Stravinskij e ora Casella; queste ultime due sono delle sfide?
Sì, ho fatto The Rake’s progress e dico che l’approccio deve essere sempre di ricerca; coscienti dei propri limiti ma anche dei tratti positivi; e ovviamente cosa si fa? Bisogna tentare di mettere in luce i tratti positivi!
Cerchi di tirar fuori le carte che hai.
Comunque ritengo che la tendenza generale del momento sia quella di esaltare l’interpretazione piuttosto che la vocalità pura e sola.
Se alla perfezione tecnica aggiungiamo l’espressività allora è proprio il massimo! È per questo che è importante studiare la storia della musica e tutto quello che concerne l’opera in particolare, per poi inserirlo nel personaggio. Haendel ha il suo stile, completamente diverso da quello rossiniano ed è necessario avere bene in mente questi canoni differenti sia tecnici che interpretativi.

Un buon motivo per andare al Regio di Torino a vederla nella Donna Serpente, l’opera di Casella in cartellone ad Aprile?
Innanzitutto la curiosità per il Novecento italiano storicizzato. È una favola che un pochettino vuole riportare il pensiero verso la Turandot, in qualche modo c’è un vento di Puccini tra le righe della partitura. La scrittura di Casella, ovviamente è un po’ più dura rispetto a quella pucciniana. Per me è una sfida, un modo per mettermi in discussione e non lasciarmi andare a cose sempre uguali e ovvie. Trovo che passando attraverso altri repertori ci si possa arricchire, e aprire la mente.

Possiamo forse affermare che Donna Anna sia il suo ruolo prediletto; un ruolo che invece le piacerebbe interpretare?
Sai perché non riesco a risponderti; perché sono una grandissima sognatrice, altrimenti se così non fosse non sarei arrivata sul palcoscenico, ma sono una sognatrice silenziosa che non rivela i propri sogni. Posso rispondere come ho fatto altre volte, con un ruolo che non realizzerò mai: Carmen. Il personaggio è molto bello, ma non lo canterò mai perché non è nelle mie corde.

Dopo aver inciso giovanissima il CD del Don Giovanni sotto la direzione di Abbado, cosa si è portata dietro da questa esperienza? E da quella con Harding un anno dopo?

Questi due Don Giovanni sono ormai storici, stiamo parlando di due opere nate a breve distanza una dall’altra, non più di due anni. Harding debuttò proprio in quel Don Giovanni, con la regia di Peter Brook, in cui Abbado faceva la sua creazione e Harding era la giovane risorsa. Eravamo infatti giovanissimi, avevamo ventidue o ventitré anni ambedue perché praticamente abbiamo la stessa età. Il primo giorno che salì in buca e prese la bacchetta Abbado era dietro di lui che lo guardava. Harding si girò verso il Maestro prima di iniziare la prova; Abbado lo guardò, annuì e Harding partì con un ritmo vorticoso, entusiasmante, perfettamente coerente con lo spettacolo di Brook. Credo che l’intelligenza di un grandissimo come Abbado avesse spinto a portare l’orchestra a quell’interpretazione così leggera, così frizzante, e giovanile che forse lui stesso non avrebbe avuto il coraggio di fare e per questo mandò avanti Harding. Nella giornata successiva di prove, anche il Don Giovanni di Abbado cambiò; diverso da quello di Harding. È interessante vedere come un grande si possa arricchire anche da un giovane.
Il Don Giovanni precedente, che abbiamo fatto insieme a Ferrara era poetico, drammatico, pieno di accenti sensuali, più classico. Mentre là c’è stato all’improvviso il salto, come dire, il volo.

Don Giovanni a parte, ha una produzione che le è rimasta nel cuore?
Ce ne sono tante, però debbo dire che l’ultima Anna Bolena mi ha davvero lasciato qualcosa. È stato un impegno molto importante, emotivamente. E poi le prime recite le ricordo sempre con tanto affetto, e ovviamente le collaborazioni con Abbado.

Altri CD in programma?
Al momento no.

Lei ha inciso i due dischi con arie da camera di Tosti e Rossini accompagnata da Leone Magiera, suo storico maestro e maestro anche di grandissimi tra cui Pavarotti. La collaborazione è sorta quasi spontanea?
Sì sì certo, è sorta praticamente spontanea. Quando si lavora per più di vent’anni con un Maestro, tra l’altro un grandissimo Maestro, forse il più grande esperto di voci degli ultimi 60, 70 anni la scelta non può che ricadere su di lui.
Pensa che Leone ha iniziato a collaborare con i cantanti quando aveva dodici anni e la prima voce con cui ha iniziato a lavorare era Mirella Freni, che poi è diventata sua moglie e poi.. E poi tutto è storia. Anche la collaborazione con Luciano.

C’è invece una voce femminile che la colpisce particolarmente, da cui trae ispirazione?
Delle voci del passato indubbiamente la Callas è stata una fonte di ispirazione per tutti. L’ho ascoltata e continuo ad ascoltarla. Colleghe di oggi ce ne sono diverse; spesso ascolto anche la Netrebko, perché trovo che le sue interpretazioni siano molto moderne. Mentre una collega italiana di cui apprezzo ed ho sempre apprezzato lo stile è la Antonacci, non faccio fatica a dichiararlo. E poi ascolto molto anche le mie giovani colleghe, con grande attenzione e con grande piacere.

Possiamo definire l’opera del duemila come il regno dei registi; che ne pensa?
È così. Del resto il nostro mondo è fatto di immagini ed è normale che anche nel teatro l’immagine sia molto importante. Ritengo che ormai anche il pubblico a teatro abbia bisogno di assistere a qualcosa di simile a quello che c’è fuori. Non possiamo rimanere attaccati solo alle crinoline, alle parrucche enormi. Ci vogliono dei registi che ci diano un po’ di novità. È il regista che ti aiuta a ricostruire un personaggio nuovo, a reinventarlo. Quindi la sua funzione, a mio parere, non è secondaria.

Un ultimo consiglio che si sente di dare ai giovani cantanti e a chi vorrebbe affacciare a questo mondo?
Un consiglio a chi vuole entrare in questo mondo è quello di andare a teatro, vedere tante opere, perché se poi è questo il lavoro che si vuole intraprendere è bene documentarsi, assistere agli spettacoli; non solo opere ma anche musica sinfonica, concertismo. E poi studiare musica, e non solo canto, perché oggi non basta studiare solo canto. Fare dei corsi di recitazione, perché no? Magari per hobby, e ovviamente vedere spettacoli teatrali di prosa. Chi studia canto nel 2016 deve avere una visione di questo mondo a tutto tondo, proiettato verso mille orizzonti, aperto a tutto.
È un mondo bellissimo e non è vero che non c’è spazio per nessuno, c’è spazio sempre per tutti. Bisogna trovare il canale giusto e occorre avere il carattere giusto per fare questo lavoro. Accettare sempre le critiche, in silenzio. Cosa che non è molto facile, però bisogna imparare a farlo, perché attraverso la critica si cresce, e basta.
Questa è la mia filosofia, poi ci sarà sempre chi la pensa diversamente. Io sono più sul filosofico. Poi con le mie colleghe ci si confronta sempre sulla tecnica, l’interpretazione; non è vero che siamo tutte rivali, siamo ancora a dirci in camerino “ma senti, ma come è che respiri tu qui, come è che fai questo passaggio?” Non si finisce mai di imparare dagli altri.

A questo punto non mi resta che augurarle In bocca al lupo per domani (2 febbraio ndr) che sarà l’ultima recita della Vedova Allegra e poi per la Donna Serpente prossimamente a Torino che, come ha detto, sarà una piccola sfida.

Crepi!

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