La rivoluzione grigia di Livermore per i 200 anni del Barbiere a Roma

18/02/2016, Teatro Costanzi

Orchestra e Coro del Teatro dell’opera di Roma

DIRETTORE Donato Renzetti
REGIA, SCENE E LUCI Davide Livermore
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
COSTUMI Gianluca Falaschi
ILLUSTRAZIONI Francesco Calcagnini
VIDEO D-Wok
EFFETTI MAGICI Alexander

ROSINA Chiara Amarù
CONTE D’ALMAVIVA Edgardo Rocha
FIGARO Florian Sempey
DON BASILIO Mikhail Korobeinikov
DON BARTOLO Simone Del Savio
FIORELLO Vincenzo Nizzardo
BERTA Eleonora de la Peña
AMBROGIO Sax Nicosia
UN UFFICIALE Fabio Tinalli

Per celebrare i 200 anni dalla prima del Barbiere il Teatro dell’opera di Roma ha pensato di rievocare il clima di quella serata proponendo uno spettacolo che sollevasse nel pubblico gli stessi umori: sonore contestazioni alla prima rappresentazione e, a differenza di quanto avvenne due secoli fa, un grigiore protratto per le successive recite, solo parzialmente riparato dall’eroismo di Chiara Amarù, la quale ha cantato davvero bene la parte tentando di mascherare un dolore alla gamba che la costringeva a zoppicare.

Il bianco e nero sono i colori scelti dal regista Davide Livermore per mettere in scena le vicende narrate da Beumarchais che Rossini riprese, epurandole quasi completamente dalla condanna sociale presente nell’originale. È invece questo l’aspetto su cui Livermore calca la mano, conducendo lo spettacolo ad esiti, a mio avviso, pessimi. L’onnipresente topo è l’elemento che porta rivoluzione e scompiglio all’interno della vita conservatrice  ed immobile di Bartolo e Basilio mentre sullo sfondo vengono proiettate immagini di tiranni, da Luigi XVI a Saddam Hussein passando per Mussolini e Franco, tutti ridicolmente decapitati da una lametta da barbiere. A questo si aggiunge un’ulteriore idea, forse pure interessante ma certamente mal realizzata: riassumere 200 anni di rappresentazioni con le varie scene ambientate in epoche cronologicamente successive, dal 1816 al 2016, con tanto di date che scorrono all’interno delle immancabili proiezioni. Fin qui si potrebbe pensare anche a qualcosa di buono; purtroppo però i cantanti, costretti in abiti e trucco spesso ridicoli e cupi, non interagivano fra loro né recitavano come il libretto suggerisce ma erano impegnati in innumerevoli quanto inutili gag che, lungi dal far ridere, lasciavano il pubblico spesso interdetto. Ne citiamo giusto un paio: la decapitazione iniziale del Conte e il braccio di legno di Basilio accompagnato ad ogni meccanico movimento da un fastidiosissimo suono. Il risultato l’abbiamo anticipato in apertura: grigiore sul palco e non una risata in due ore e mezza di musica.

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Di certo Donato Renzetti non ha fatto molto per rivitalizzare la serata. Dopo una Ouverture anonima, la serata prosegue senza particolari entusiasmi ed anche dove Rossini è più travolgente l’orchestra si limita ad accompagnare le voci.  L’attenzione a non mettere in difficoltà i cantanti è innegabile – si veda il tempo piuttosto lento nell’aria della Calunnia – ma il risultato è una direzione nel complesso anemica. Risultano invece più briosi e spigliati i recitativi accompagnati al fortepiano.

Si diceva della bravura di Chiara Amarù: chi non apprezza una Rosina dal timbro corposo e a tratti scuro di mezzosoprano se ne faccia una ragione; la parte è interpretata molto bene, con attenzione alle colorature e canto mai forzato. La voce si scurisce leggermente scendendo ma il registro acuto è sicuro ed altrettanto pieno. La cavatina è cantata con precisione e belle variazioni così come il duetto dal primo atto con Figaro.

Quest’ultimo, Florian Sempey,  che dovrebbe essere il vero mattatore della serata passa un po’ in secondo piano anche a causa della regia. Invero non canta affatto male ed il fraseggio è piuttosto espressivo, per di più la celebrità della parte ed i grandi che l’hanno affrontata non possono che rendere impegnativo qualsiasi confronto.

Colui che davvero defice, e spiace dirlo perché lo ricordavamo positivamente, è il Conte di Edgardo Rocha. Il tenore ha un timbro decisamente troppo nasale e chiaro, soprattutto salendo nel registro, e i certamente impegnativi passaggi virtuosistici sono risolti con difficoltà, fin ad annoiare nella finale Aria Cessa di più resistere. Va  meglio nelle parti cantabili più liriche come nella Cavatina Come ridente il cielo.

Il Bartolo di Simone Del Savio si distingue per una recitazione più vivace di quella dei colleghi e pure nel canto non dispiace. È leggermente di difficoltà nei sillabati dove il volume si riduce ma il timbro è piacevole e l’interpretazione buffa adeguata alla parte. Mikhail Korobeinikov nella parte di Basilio sembrava promettere bene in quanto a volume nel recitativo che precede la sua celebre aria. Tuttavia la voce pur importante non è perfettamente governata ed è accompagnata da una dizione imprecisa; anche in questo caso però l’estrema celebrità dell’aria La calunnia è un venticello non gioca a suo favore. Infine citiamo la brava e spiritosa Berta di Eleonora de la Peña.

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Elemento positivo della serata è un Teatro Costanzi finalmente pieno che ha applaudito qua e là apprezzando le voci, mi chiedo però  quale trattamento avrebbe riservato al regista dopo un Barbiere che ha fatto veramente poco ridere.

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