I container kafkiani di Michieletto: all’Opera di Roma la metamorfosi del Trittico 

Teatro Costanzi, 16 aprile 2016

DIRETTORE Daniele Rustioni
REGIA Damiano Michieletto
REGISTA COLLABORATORE Eleonora Gravagnola
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
SCENE Paolo Fantin
COSTUMI Carla Teti
LUCI Alessandro Carletti

IL TABARRO
Opera in un atto
Libretto di Giuseppe Adami

Michele: Kiril Manolov
Giorgetta: Asmik Grigorian
Luigi: Antonello Palombi
Il Tinca: Nicola Pamio
Il Talpa: Domenico Colaianni
La Frugola: Anna Malavasi
Amante: Ekaterina Sadovnikova
Amante: Matteo Falcier
Un venditore di canzonette: Vladimir Reutov

SUOR ANGELICA
Opera in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano

Suor Angelica: Asmik Grigorian
La zia principessa: Natascha Petrinsky
La Badessa: Anna Malavasi
La suora zelatrice: Alessia Nadin
Maestra delle Novizie: Isabel De Paoli
Suor Genovieffa: Ekaterina Sadovnikova
Suor Osmina/ La novizia: Beatrice Mezzanotte
Suor Dolcina /prima conversa: Chiara Pieretti
La suora infermiera: Rossella Cerioni
Prima cercatrice: Simge Büyükedes
Seconda cercatrice: Erika Beretti
Seconda conversa: Reut Ventorero

GIANNI SCHICCHI
Opera in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano

Gianni Schicchi: Kiril Manolov
Lauretta: Ekaterina Sadovnikova
Zita: Natascha Petrinsky
Rinuccio: Matteo Falcier
Simone: Domenico Colaianni
Betto: Andrea Porta
La Ciesca: Anna Malavasi
Gherardo: Nicola Pamio
Nella: Simge Büyükedes
Maestro Spinelloccio: Matteo Peirone
Ser Amantio: Francesco Musinu
Marco: Roberto Accurso

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma

Allestimento del Det Kongelige Teater di Copenhagen e del Theater an der Wien

Subito dopo lo scoppiettante e rocambolesco Benvenuto Cellini con regia di Terry Gilliam, ecco che il Costanzi stupisce ancora una volta con il riuscitissimo Trittico pucciniano plasmato dalle due sapienti mani di Damiano Michieletto e dalla salda bacchetta di Daniele Rustioni, veramente in forma.

È sempre difficile riuscire ad unire queste tre opere e, al contempo, dare ad ognuna la giusta dose di coerenza ed indipendenza ma stavolta la regia di Michieletto, favorita dalle scene di Paolo Fantin, ha fatto jackpot. I container accatastati sulla nave merci del Tabarro si aprono inaspettatamente sulle note dell’Ave Maria di Suor Angelica mostrando al pubblico il manicomio dove le suore sono rinchiuse. L’assenza del convento potrebbe creare un certo smarrimento e invece il senso drammatico dell’opera non fa che acuirsi entro le mura dell’ospedale psichiatrico dove vessate dalla Badessa e dalla Maestra delle novizie sono costrette a vivere le suore tramutate così in malate mentali. Trascorso l’intervallo la scena, sicuramente più allegra e movimentata di Gianni Schicchi, rinfranca un poco lo spettatore, il quale però sulle ultime note di “Lauretta mia, staremo sempre qui” vede richiudersi su se stesso l’appartamento e, grazie a quest’ultima metamorfosi, ecco riapparire la Senna con i suoi container e i due nuovi sposini sono proprio loro: i due innamorati che di sfuggita avevano portato una flebile luce di speranza nella tragedia iniziale del Tabarro. Michieletto non si smentisce nella sua attenzione per i dettagli e sembra proprio che anche i cantanti, una volta tanto, si sentano a proprio agio in questa visione pucciniana ininterrotta. Ne giova così anche la musica e la direzione di Rustioni che enfatizza le analogie tra le tre opere; sempre attento alle piccole sfumature, ai repentini cambi di tempo e di stile. Con mia grande sorpresa il secondo cast si è dimostrato più che all’altezza del compito. Sul podio va sicuramente Asmik Grigorian: una Giorgetta espressiva ai massimi livelli; il suo tormento fulminava l’orecchio dell’ascoltatore che rimaneva scioccato da quel cuore lacerato al pari di un’Isolde dalla wagneriana memoria. Bellissimo il duetto “O Luigi! Luigi! ” con Antonello Palombi che, se inizialmente un poco titubante, in un secondo momento ha fatto emergere un bel timbro pieno e pastoso in grado di fare da contro parte al bravissimo Kiril Manolov nei panni di Michele.

Sicura e impertinente la Frugola di Anna Malavasi in coppia con il Talpa di Domenico Colaianni, divertente Simone nel Gianni Schicchi. Purtroppo una sola recensione non sarebbe sufficiente a rendere giustizia ad ogni membro del cast quindi scriverò solamente che tutti si sono dimostrati buoni cantanti ed attori provetti.

Asmik Grigorian dopo l’urlo finale del Tabarro si è tramutata in una Suor Angelica ancor più credibile; l’attenzione del pubblico era tutta su di lei, grazie alla sua sicurezza vocale e alla sua incredibile forza espressiva. Fantastica in “Senza mamma, o bimbo” e anche prima nel discorso con l’inflessibile zia Principessa di Natascha Petrinsky. Mezzosoprano dalla voce possente ma facile nell’acuto è riuscita a tramutarsi in una fantastica Zita nell’ultima opera del Trittico. Brave anche la Badessa di Anna Malavasi, la suora zelatrice Alessia Nadin e la maestra delle novizie Isabel de Paoli. Ekaterina Sadovnikova sicuramente più convincente come Suor Genovieffa che come Lauretta; avrà anche un bel timbro cristallino ma in quanto a volume è proprio inesistente. Fortunatamente la blanda orchestrazione di “O mio babbino caro” non ne ha compromesso l’udibilità ma nei vari pezzi d’assieme dello Schicchi la sua voce purtroppo non è mai emersa.

Da Michele a Gianni Schicchi ecco un Kiril Manolov trasfigurato; super divertente la sua vocina flebile ad imitazione di Buoso Donati e, lo è ancor di più se pensiamo alla sua figura tutt’altro che esile. Riuscitissimo anche registicamente parlando “Ecco la cappellina “; nel quale tutti si contendono la casa, la mula ed i mulini di Signa. Emerge qui la Ciesca sempre interpretata da Anna Malavasi. Dal bel timbro tenorile il Rinuccio di Matteo Falcier, simpatico il Maestro Spinelloccio di Matteo Peirone.

Questo Trittico si annovera certamente tra le produzioni da ricordare in ambito romano e non solo: artisti all’altezza del compito, coro mai titubante e un Rustioni che, da bravo burattinaio, ha saputo tendere i fili degli orchestrali al punto giusto, senza mai incorrere in sbavature quasi comprensibili in un repertorio del genere; infine Michieletto ha dato coerenza al tutto e gli applausi fragorosi del pubblico sono lì a domostrarlo.

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3 pensieri riguardo “I container kafkiani di Michieletto: all’Opera di Roma la metamorfosi del Trittico ”

  1. Non si capisce se e a cosa abbia assistito la signora che scrive, visto che il 19 ha cantato il primo cast e non quello che lei indica. fatevi meno canne ed informatevi di più…

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    1. Mi scusi se non ci capisce dalla recensione ma ieri 19 ho pubblicato questa recensione relativa non a ieri sera ma al 16, anteprima giovani. In ogni caso andrò a vedere il primo cast questo sabato, il 21 così anch’io avrò una visione completa della produzione. Grazie ancora per aver letto la recensione.
      Chiara Marani

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