Al Teatrino di Corte un gioiello di Paisiello – ZENOBIA IN PALMIRA

Del 24/05/2016

Dramma per musica in due atti
Musica di Giovanni Paisiello
Libretto del Signor Abate D. Gaetano Sertor

Revisione critica dall’autografo a cura di Ivano Caiazza
Direttore, Francesco Ommassini
Regia, Scene e Costumi, Riccardo Canessa 
Luci, Mario D’Angiò
Video Designer, Alfredo Troisi

Aureliano, Imperatore, Leonardo Cortellazzi
Zenobia, Regina de’ Palmireni, Rosanna Savoia
Arsace, Principe di Persia, Tonia Langella
Pubblia, Figlia dell’Imperator Galli, Sonia Ciani      
Oraspe, Generale de’ Palmireni, Rosa Bove
Licinio, Tribuno militare e confidente d’Aureliano, Blagoj Nacoski
Cembalo, Riccardo Fiorentino

Nuovo Allestimento del Teatro di San Carlo

A Napoli si festeggiano i duecento anni dalla morte di Paisiello mettendo in scena quest’interessantissima Zenobia in Palmira. Opera rappresentata proprio a Napoli nel lontano 1790 per celebrare il compleanno di Ferdinando IV di Borbone, lasciata poi andare alla deriva e dimenticata. Fortunatamente tre partiture superstiti, di cui una custodita nella biblioteca del conservatorio di Napoli San Pietro a Majella, hanno riportato in vita questo gioiellino tardo barocco. È doveroso ringraziare il M° Ivano Caiazzo che ha redatto l’edizione critica sulla quale hanno studiato orchestra e cantanti. Il direttore Francesco Ommassini ha poi provveduto a snellire qualche recitativo rendendo l’opera fruibile anche ad un pubblico non abituato alle lungaggini dell’epoca.

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La storia della regina Zenobia era già stata musicata da svariati compositori tra i quali possiamo citare Tommaso Albinoni, Pasquale Anfossi che precedette di un solo anno l’opera di Paisiello ed infine Rossini, il quale si fece però ispirare dall’Imperarotore Aureliano componendo appunto Aureliano in Palmira. È proprio questa città con i suoi templi ed i suoi paesaggi lussureggianti a fare da sfondo alla rappresentazione partenopea. La scena estremamente semplice del regista Riccardo Canessa si fa mutevole grazie alle immagini di Alfredo Troisi proiettate sulla parete di fondo. Queste strizzano audacemente l’occhio alle scenografie prospettiche che tanto erano in voga nelle antiche opere panitaliane dando un tocco barocco che fa pendant con l’architettura del bellissimo Teatro di Corte napoletano. Il regista ha seguito scrupolosamente le indicazioni del libretto stando ben attento a non infrangere quell’aura storicizzante di cui è pregna l’opera: ecco quindi costumi d’epoca e movimenti rispettosi delle difficoltà canore previste dall’autore. L’espressività doveva così essere veicolata dalle sole voci e, grazie alle linee melodiche e all’abilità dei cantanti, l’arduo compito è stato assolto a pieni voti.

Vera regina Rosanna Savoia ha circondato Zenobia di fierezza e coraggio. Il timbro cristallino dei sovracuti è un vero piacere per l’orecchio e l’apparente semplicità con cui esegue gruppetti, trilli e agilità denota una tecnica solida. Da notare infine come sono dosati bene i piano perfettamente sul fiato e udibili nonostante l’orchestra. Il suo amato Arsace è stato abilmente interpretato dal mezzosoprano Tonia Langella che si è destreggiata anche lei in arie tutt’altro che semplici; sin dalla prima aria fa sfoggio delle sue doti vocali passando con estrema precisione dai suoni gravi agli acuti; probabilmente più adatta ad un repertorio lirico ottocentesco ma comunque molto preparata.

Bravissimo il tenore Leonardo Cortellazzi, già Nerone lo scorso anno nell’Incoronazione di Poppea e Tempo nel recente Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Scala è qui alle prese con un altro imperatore: Aureliano. Voce proiettata in avanti, dizione curata e un mix di tecnica ed espressività hanno contribuito alla piena riuscita nel ruolo.

Sonia Ciani, osannata dal pubblico, interpretava Pubblia; brava nell’aria “Che legge crudele” ma ancora più libera e sicura nel secondo atto dove dà sfoggio di grande abilità anche se forse la dizione, in questo caso, viene un poco sacrificata. Ad aprire l’opera è stata invece il mezzosoprano Rosa Bove nei panni di Oraspe con l’aria “A tollerare avvezza”; qui fa mostra di un bel timbro scuro e brunito; un poco di volume in più non avrebbe guastato ma anche così la sua performance è stata soddisfacente. Voce piena e ben impostata per il Licinio di Blagoj Nacoski.

L’orchestra, se pur con strumenti moderni, ha reso bene l’idea di sonorità morbide ma nitide e stringenti che ci hanno trasportato in un periodo musicale oggi troppo trascurato. Di questo ringraziamo la direzione puntuale di Francesco Ommassini il quale con belle dinamiche ha tenuto desto l’ascoltatore enfatizzando soprattutto i toni drammatici.

Un elogio per tutti ma in special modo va premiato chi ha deciso di far rinascere questo piccolo gioiello di Giovanni Paisiello che spero venga ripreso anche in futuro e non solo nel duecentenario dalla morte dell’autore.

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