Un divertentissimo e fatato Ravel in Scala

Teatro alla Scala, 03/06/2016
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Glyndebourne Festival

Direttore Marc Minkowski
Regia e costumi Laurent Pelly
Scene Barbara de Limburg (L’enfant et les sortilèges)
Caroline Ginet e Florence Evrard rielaborate da Caroline Ginet (L’heure espagnole)
Luci Joël Adam

CAST L’ HEURE ESPAGNOLE
Concepcion Stéphanie D’Oustrac
Gonzalve Yann Beuron
Torquemada Jean-Paul Fouchécourt
Ramiro Jean-Luc Ballestra
Don Iñigo Gomez Vincent Le Texier

CAST L’ENFANT ET LES SORTILÈGES
L’enfant Marianne Crebassa
Maman, La tasse chinoise, La libellule Delphine Haidan
La bergère, La chauve-souris Anna Devin
L’horologe comptoise/Le chat Jean-Luc Ballestra
La chatte, L’écureuil Stéphanie D’Oustrac
Le feu, La princesse, Le rossignol Armelle Khourdoian
Le fauteuil, Un arbre Jerôme Varnier
La théière, Le petit vieillard, La rainette Jean-Paul Fouchécourt
Une Pastourelle Fatma Said
Un Pâtre Chiara Tirotta
La Chouette Elissa Huber

Fra le curiosità della corrente stagione scaligera, la messinscena delle due opere composte da Ravel costituisce una perla imperdibile non solo per l’appassionato di teatro musicale.

Con L’Heure espagnole Ravel, cimentandosi per la prima volta con il genere, compone un’opera in cui, come dice lo stesso libretto, “un finanziere e un poeta, uno sposo ridicolo, una moglie civetta si servono per i loro discorsi di versi ora lunghi, ora corti, a ritmo irregolare e con rime strampalate…con un po’ di Spagna attorno!”  Il tono è sempre leggero ed a tratti riecheggia quello dell’opera buffa italiana, il tutto con un libretto frizzante, ricco di doppi sensi che pure non scadono mai nella volgarità o nel ridicolo farsesco. L’orchestra è ampia ma ancora piuttosto tradizionale nei suoi componenti; tuttavia Ravel già mostra la sua abilità nel trattamento dei timbri strumentali mentre il canto raramente si allontana da uno stile declamatorio sempre molto espressivo.

Nonostate tutte queste virtù, il pubblico della prima del 1911 sembrò non apprezzare la composizione e si dovettero aspettare quattordici anni per ascoltare il secondo e ultimo titolo teatrale del compositore francese. L’enfant et les sortilèges nasce dalla stretta collaborazione con Colette e narra la vicenda non-sense di un bambino indisciplinato che, arrabbiato con la mamma che lo costringe a fare i compiti, si scaglia contro i libri e gli oggetti della sua stanza. Questi ultimi però si animano e a loro volta danno vita ad una atmosfera fiabesca e surreale, descritta da un testo ricco di onomatopee, accompagnate magistralmente dagli strumenti. Se sul piano dei contenuti l’opera deve molto al genere dell’operetta, musicalmente è un pastiche che fonde il jazz (scena della teiera e della tazza), la musica antica (coro finale degli alberi e degli insetti) e il canto di coloratura (il fuoco) allo stile impressionista che solitamente attribuiamo a Ravel. L’orchestra è molto nutrita nella sezione delle percussioni a cui si aggiungono la macchina del vento, un pianoforte e una celesta.

Protagonista della serata (non me ne vorranno i musicisti) è la brillante, colorata e divertente regia di Laurent Pelly, proveniente dal Festival di Glydebourne. L’Heure espagnole appare più tradizionale nell’impostazione: la scena delinea la bottega dell’orologiaio tanto disordinata quanto piena di oggetti in cui si muovono i nostri protagonisti. Un toro sulla sinistra richiama la Spagna mentre le pareti sono tappezzate di orologi impazziti.

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Scena da L’Heure espagnole

Il pubblico si aspettava qualcosa di simile anche per la seconda opera ed invece rimane stupito dal capolavoro messo in scena da regista e scenografi. In realtà non c’è scena ma su uno sfondo nero si muovono i giganti oggetti animati: un tavolone e una seggiola su cui siede l’enfant aprono lo spettacolo. Ma poco dopo spariscono e senza soluzione di continuità compaiono tutti gli altri protagonisti. Uno spettacolo che va visto per comprenderne la genialità!

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Scena finale ‘del giardino’ da L’enfant et Les sortiléges

Marc Minkowski, già acclamato insieme a Marianne Cerbassa nel Lucio Silla della scorsa stagione, è alla testa di un orchestra a cui Ravel affida l’anima delle due opere. Minkowski dirige con efficacia e correttezza una partitura complessa, in cui  dinamiche e sfumature timbriche sono elementi essenziali. A tratti poteva essere più espressivo ma non è facile conciliare una scrittura simile con le esigenze delle voci che non sono state affatto sacrificate.

Sul versante vocale troviamo un cast di ottimo livello sia sul piano vocale sia su quello attoriale, prerogativa quanto mai importante in opere come queste.

In L’Heure espagnole sono impegnati Stéphanie D’Oustrac, giovane Concepcion dal timbro morbido e fraseggio espressivo; Yann Beuron come Gonzalve, forse il personaggio scenicamente più riuscito; c’è poi Jean-Paul Fouchécourt, buon orologiaio e ottima teiera ne L’enfant et le sortilèges; il tutto fare Ramiro è impersonato da Jean-Luc Ballestra e l’attempato Don Iñigo Gomez dal simpatico Vincent Le Texier.
Ne L’enfant, Marianne Cerbassa è un bambino perfetto con voce omogenea e di spessore: lamentosa ed ironica nelle note d’apertura, sfoggia poi mezzevoci morbide e piene nel duetto con la Principessa. Quest’ultima è interpretata da Armelle Khourdoian, a cui erano affidate anche le impervie parti del Fuoco e dell’usignolo. A fronte di un vibrato marcato, i passaggi di coloratura sono affrontati con facilità e il registro acuto è sicuro. Citiamo poi almeno la brava Delphine Haidan impegnata prima come mamma e poi come tazza cinese e libellula.

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Al termine dello spettacolo il pubblico non ha risparmiato convinti e prolungati applausi per uno spettacolo ben riuscito e divertente!

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