Porgy and Bess di Gershwin – Teatro alla Scala

Ultimo titolo della stagione d’opera scaligera è Porgy and Bess, folk-opera in tre atti di George Gershwin. Il titolo non è ricorrente ma certamente non deve la sua rarità ad una musica mediocre, che possa giustificarne una esclusione dai cartelloni,  o eccessivamente ‘impegnativa’ per un pubblico tradizionale, come invece spesso può capitare per i titoli novecenteschi. Gershwin nel comporre la sua musica guarda a più generi: all’opera tradizionale e alle avanguardie del 900 (ebbe modo di dire che rappresentava il suo Wozzeck), all’operetta (come esempio per tutti valga la scena comica in cui interviene l’avvocato) e alle forme più popolari del jazz e degli spiritual. La vicenda degli amanti si sviluppa attorno al popolo nero, vero co-protagonista dell’opera, che esprime i propri sentimenti cantando nelle forme culturali tipiche. Il risultato, che fece storcere il naso ad alcuni critici, è una mescolanza di generi tutto sommato ben riuscita, che incuriosisce lo spettatore moderno.

Per questa produzione si è dovuti ricorrere alla forma semiscenica poiché la Fondazione Gershwin autorizza l’esecuzione scenica dell’opera unicamente quando tutti gli artisti, coro compreso, siano afro-americani. Si dà il caso che le compagini scaligere non soddisfino questi requisiti e si è quindi optato ob torto collo per questa soluzione. Il risultato però può dirsi soddisfacente: i costumi dell’epoca e una recitazione attenta al testo hanno permesso al pubblico di seguire facilmente la vicenda, senza distogliere l’attenzione dall’esecuzione musicale. Sono parse fin superflue le banali proiezioni che delineavano ora una piazza, ora l’interno di un edificio a seconda delle necessità. Se i cantanti si muovevano liberamente nella zona più avanzata del palco, è un peccato che i coristi, che come abbiamo detto costituisce l’anima delle vicende, siano stanti costretti su delle gradinate alle loro spalle.

Il coro per altro, preparato come sempre da Bruno Casoni, si è distinto ancora una volta per eccellenti qualità tenciche, pur in un repertorio poco frequentato e di certo non convenzionale.  Più esuberanza e afro-americanità nei passaggi gospel non sarebbe guastata, ma certamente non possiamo che scriverne bene.

La gestione della nutrita orchestra è stata affidata ad Alan Gilbert, debuttante al Piermarini in un titolo operistico. Credo di poter dire che il direttore abbia tenuto le redini dell’orchestra in maniera efficace dall’inizio alla fine, senza mai sacrificare i cantanti ma valorizzando la ricca orchestrazione di Gershwin. Una citazione di merito va certamente al reparto degli ottoni, protagonista dei passaggi più caratteristici dell’opera, come il leitmotif che accompagna il personaggio di Porgy. Dobbiamo rimproverare al direttore solo le troppe interruzioni della musica alla fine di taluni brani per permettere al pubblico di applaudire.

Il protagonista maschile era interpretato da Morris Robinson, già giocatore di football americano e dall’età di trent’anni cantante lirico, imponente per voce e statura. La sua vocalità è quella di un basso piuttosto profondo con voce incredibilmente scura e corposa nelle note più gravi. Purtroppo queste qualità positive fanno da contraltare ad una scarsa flessibilità vocale e ad un registro acuto poco sqillante (si veda soprattutto il finale dell’opera) e non sono forse ideali per un Porgy. La prestazione è stata ad ogni modo positiva anche nell’interpretazione scenica di un personaggio che incarna la bontà rozza ed assoluta e che per questo ricorda in parte il Billy Budd di Melville, reso poi in musica da Britten.

L’ambiguo personaggio di Bess è stato affidato a Kristin Lewis, già Aida e Ginevra (La cena delle beffe di Giordano) in Scala lo scorso anno e di cui confermiamo le impressioni di allora. Il soprano dalla voce lirica ma che tende a schiarirsi e schiacciarsi eccessivamente nell’acuto ha nel registro centrale morbido e controllato e nelle mezzevoci il suo punto di forza. L’esecuzione del duetto d’amore con Porgy eseguito con raffinatezza e precisione le è giustamente valsa applausi convinti da parte del pubblico.

Continuiamo citando le buone prove di Angel Blue (Clara) e Donovan Singletary (in primis Jake, ma anche Becchino ed altri ruoli minori). La prima ha l’onore e l’onere di aprire l’opera con la famosa ninna nanna Summertime. Un timbro brunito e una morbidezza nel canto le consentono di superare lo scoglio con successo e di convincere nel ruolo. Anche  Singletary, suo consorte di scena, è un basso-baritono dalla voce duttile che ben si presta alla scrittura musicale affidatagli.

Non fa male nemmeno Chauncey Packer come Sportin’ Life: il ruolo non è facile perché passa da un canto che si avvicina al musical o all’operetta (come ad esempio in It ain’t necessarily so) a pezzi ben più lirici, per concludersi con un sib finale, raggiunto invero in extremis. La presenza scenica è elemento imprescindibile in una parte come questa ed al tenore non manca. È meno soddisfacente il Crown di Lester Lynch che presenta una voce non sempre ben emessa e dal timbro poco rotondo nelle parti gravi.

Infine citiamo Tichina Vaughn divertente interprete delle due parti più macchiettistiche dell’opera, quelle di Maria e di Strawberry Woman e la brava ed espressiva Mary Elizabeth Williams (Serena). Poco significativo invece l’apporto di Cameo Humes come Mingo, Robbins e Peter Crabman.

Dopo le alterne vicende de Le Nozze di Figaro, si conclude quindi con un successo di pubblico questa stagione. Non ci resta che attendere dicembre per l’inaugurazione della prossima.

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