Rosmonda d’Inghilterra -Teatro Donizetti di Bergamo

Teatro Donizetti di Bergamo, 27 novembre 2016

Melodramma serio di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Revisione sull’autografo a cura di Alberto Sonzogni per la Fondazione Donizetti

Rosmonda Jessica Pratt
Leonora Eva Mei
Enrico Dario Schmunck
Clifford Nicola Ulivieri
Arturo Raffaella Lupinacci

Direttore Sebastiano Rolli
Regia Paola Rota
Scene e luci Nicolas Bovey
Costumi Massimo Cantini Parrini
Assistente alla regia Irene Petris
Assistente ai costumi Jessica Zambelli

Coro Donizetti Opera
Maestro del coro Fabio Tartari
Orchestra Donizetti Opera

Nuova produzione e allestimento della Fondazione Donizetti

In un panorama spesso desolante fra fondazioni ed orchestre sulla via del fallimento e teatri che stentano a rinnovarsi alla ricerca di un nuovo pubblico, la nascita di un festival dedicato a Donizetti, compositore fra i più rappresentativi di un modo di far musica eminentemente italiano,  non può che essere salutata con entusiasmo. Il Festival Donizetti è stato fortemente voluto da Francesco Micheli, direttore artistico e anima dello stesso, ed è esempio di come si possa fare musica anche in Italia unendo due profili che appaiono spesso inconciliabili: riscoperta di titoli dimenticati e coinvolgimento di un pubblico numeroso e partecipe. L’orgoglio per il compositore cittadino coinvolge l’intera città grazie ad una campagna di marketing e di immagine finalmente pop, mentre l’interesse per titoli di prima esecuzione moderna (o quasi) attira appassionati da tutto il mondo.

Si respira così un clima di festa in città nell’ultimo fine settimana di novembre: venerdì, l’inaugurazione della kermesse con Rosmonda d’Inghilterra, sabato la ripresa dell’Olivo e Pasquale (di cui abbiamo scritto qui) e domenica ancora Rosmonda. Quasi impossibile trovare biglietti disponibili. Si continuerà poi con un concerto di Leo Nucci, un concerto di Riccardo Muti nella ricorrenza della nascita del compositore con la probabile presenza del Presidente della Repubblica ed infine due repliche di Traviata.

Ma veniamo a questa opera seria su libretto di Felice Romani che Donizetti, ormai compositore affermato, compose nel 1834 per il Teatro della Pergola a Firenze. La struttura appare piuttosto convenzionale, caratterizzata da una presenza massiccia di duetti o arie a due ed un finale primo tripartito secondo gli standard dell’epoca; convenzioni che lasciano poco spazio ad uno sviluppo drammatico di spessore. Se non è certo l’originalità quello che ci si attende dal bergamasco, quello che in parte manca, oltre ad un finale secondo vero e proprio, è l’inventiva e l’efficacia melodica che troviamo nel Donizetti più conosciuto.

Questa potenziale debolezza però è controbilanciata dall’ottima prova dei cantanti (con un’eccezione di cui daremo conto) che interpretano con stile e precisioni le parti, costellate da tutti gli abbellimenti del repertorio.

Dobbiamo certamente iniziare da Jessica Pratt, interprete del ruolo eponimo e siamo felici di poter confermare le positivissime impressioni avute di lei nelle sue prove donizettiane all’Opera di Roma (Lucia di Lammermoor, 2015; Linda di Chamounix,2016). Il soprano canta il ruolo con sicurezza e precisione: si prodiga in mezzevoci corpose e mai leziose (si noti l’attacco dell’aria del primo atto), note picchiettate e cadenze intonatissime. Se dobbiamo proprio cercare di farle un appunto potremmo dire che qualche trillo qua e là non è impeccabile e i sovracuti, sempre centratissimi e voluminosi, leggermente sforzati. Ma la prova è davvero maiuscola per sapienza tecnica ed eleganza nel fraseggio: delinea un personaggio veramente protagonista a tutto tondo.

Dopo tante parole di elogio ci si chiederà se si può far meglio. Forse meglio no, ma la Leonora di Eva Mei non è certamente da meno. Certo non convince appieno la scelta di affidare il ruolo per mezzosoprano ad una voce sopranile leggera e chiara nel timbro come quella della Mei. La prima ottava in effetti non ha lo spessore dei restanti registri e gli abbellimenti si spingono inevitabilmente verso l’alto, dove la Mei ha forse ancor maggior controllo e precisione della Pratt. Quello che manca è forse l’atteggiamento aggressivo e l’accento drammatico che fanno del personaggio una Lady Macbeth ante litteram. In proposito però bisogna dire che la regista in una intervista ha parlato di due donne ugualmente vittime del potere e che Eva Mei si è presentata sul palco dopo un malore avuto in mattinata.

Accanto a cotante donne e cotante voci spiace dover render conto di una prova davvero da dimenticare di Dario Schmunck. Il tenore nella sua prima scena corre e rallenta a piacimento, presenta vistosi problemi di intonazione, stecca due acuti non impossibili, strappa gli altri per miracolo, abbozza le colorature e presenta una linea vocale continuamente sforzata. Nel finale d’atto fa davvero il minimo per limitare i danni ma la sua voce si perde nel concertato. Bisogna dire che nel secondo atto va decisamente meglio, certo i problemi di intonazione, soprattutto nel registro centrale, non sono completamente risolti, e il fraseggio davvero approssimativo, ma i duetti con Leonora prima e Rosamonda sono risolti con voce meno sforzata e un timbro chiaro ma piacevole.

Completavano il cast i bravi Nicola UlivieriRaffaella Lupinacci, rispettivamente autorevole ed inflessibile padre di Rosamonda e paggio di corte innamorato della stessa protagonista. Il basso ha voce piena e timbro scuro, come si conviene al ruolo, senza tuttavia rinunciare allo stile adeguato al compositore. La Lupinacci, che talvolta presenta un vibrato troppo stretto, è tuttavia un buon Arturo ed affronta la sua aria con la dolcezza e la precisione necessarie.

Diamo poi conto della buona prova dell’Orchestra Donizetti, diretta dal Maestro Rolli. Fin dall’Ouverture, dirige all’insegna della moderazione: è attento a non sopraffare i cantanti ma non concede nemmeno troppe libertà, per conservare precisione nella conduzione. Le scelte agogiche prediligono tempi tranquilli senza essere sonnolenti, soprattutto nelle parti cantabili.

Per concludere viene difficile spendere parole per la grande assente della serata: la regia di Paola Rota. Le scene si limitavano a cameroni neri con un tavolo o una sedia, ugualmente neri, come massimo sfarzo. La gestione dei movimenti del coro e dei personaggi è davvero scontata, scorre noiosa senza che accada praticamente nulla. Va meglio per i costumi tradizionali di Massimo Cantini Parrini.

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