È sempre la stessa, superba, orgogliosa: il ritorno di Maria Stuarda a Roma.

Teatro Costanzi, Roma, 24/03/2017

Musica di Gaetano Donizetti
Tragedia lirica in due atti

Libretto di Giuseppe Bardari

DIRETTORE Paolo Arrivabeni
REGIA Andrea De Rosa
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
SCENE Sergio Tramonti
COSTUMI Ursula Patzak
LUCI Pasquale Mari

INTERPRETI PRINCIPALI
MARIA STUARDA, REGINA DI SCOZIA Marina Rebeka
ELISABETTA, REGINA D’INGHILTERRA Carmela Remigio
ANNA KENNEDY Valentina Varriale
ROBERTO, CONTE DI LEICESTER Paolo Fanale
GIORGIO TALBOT Carlo Cigni
LORD GUGLIELMO CECIL Alessandro Luongo

Nuovo allestimento in collaborazione con Teatro San Carlo di Napoli

Lunghi minuti di applausi ieri sera per la seconda rappresentazione della Maria Stuarda, fuori dal cartellone del Costanzi da ben dieci anni e, a mio avviso, opera troppo poco rappresentata, dalla sorte sfortunata fin dall’epoca della sua prima composizione.
Era il 1834 quando Donizetti, innamoratosi, del testo di Schiller accettò la sfida di comporre questo melodramma. Peccato che il librettista Felice Romani dopo la Rosmonda non accettò più di collaborare con l’autore bergamasco e questi dovette ripiegare su un diciassettenne studente di giurisprudenza, Giuseppe Bardari il quale, più o meno sotto dettatura della buona penna di Donizetti, stilò il libretto che vide però la sua ultima rappresentazione integrale alla generale del San Carlo.
Infatti gli insulti lanciati tra le due regine erano troppo spietati per i Borboni e vennero censurati.
Le due cantanti del tempo inoltre, rivali in scena ma ancor più nella vita, vennero alle mani proprio sul palco in quanto Giuseppina Ronzi de Begnis, attenendosi al testo, diede della “Meretrice indegna oscena” alla Elisabetta di Anna del Sere.
La sorte accidentata dell’opera non si ferma qui, qualche mese dopo andava in scena alla Scala tramutatasi in Buondelmonte, ambientata nella Firenze di Guelfi e Ghibellini con una Maria Malibran che, non resistendo al fascino delle parole sovra citate le declama, suscita lo scalpore agognato ma inciampa nella censura che sospende la produzione.
Per nostra fortuna dopo la ripresa da parte di Leyla Gencer quest’opera è rinata e ieri sera abbiamo potuto assistere alla versione che più si avvicina a quella famosa prova generale del 1834 grazie all’edizione critica di Anders Wiklund qui utilizzata.
La sapiente regia di Andrea de Rosa, semplice ed essenziale, incentra la vicenda sul piano psicologico dei personaggi. Egli ha avuto infatti la fortuna di mandare in scena anche l’omonimo dramma di Schiller; ha lavorato quindi sul testo originale, confrontandosi con un diverso tipo di drammaturgia. Schiller ha la parola, Donizetti si serve della musica che sfiora il sublime nella preghiera finale dove si raggiunge l’ apice della drammaturgia musicale. Si sacrifica certo il testo ma la forza e l’efficacia  di queste melodie che palpitano sofferenza, audacia e al contempo rassegnazione è inimitabile.
Scultorea nella sua linearità la scena di Sergio Tramonti all’inizio del secondo atto: sedia e candelabro per una Elisabetta sola e stremata quanto Maria, imprigionata dal vuoto teatrale retrostante.
Il finale primo poi, potrebbe essere l’elemento centripeto di tutto il dramma; l’incontro fittizio tra le due regine che Schiller inventa per far avvicinare i due poli, rovescio della stessa medaglia; ecco lo sfondo rosso e la prigione che cattura, in qualche modo anche la stessa Elisabetta. Il registra ci mostra in tutta la loro asprezza queste due donne, una incubo dell’altra, che lottano per la sopravvivenza e non per Leicester che diviene qui il pretesto per perseguire un fine proprio. Non è l’amore che le spinge ma l’accanita rivalità, in uno sfondo storico fatto di stragi di religione e conflitti tra sentimento e ragion di stato.
La forza di Donizetti, che il Maestro Paolo Arrivabeni ha colto in pieno, è proprio il sottolineare con forti contrasti questi due poli a partire dalle vocalità differenti dei due soprani, un canto più lirico, spiegato ma con agilità per Maria e una linea più aspra, rigida, imperiosa e tendente al grave per l’irremovibile Elisabetta. Una sorta di preludio ai colori che ritroviamo in Verdi.
Con abilità il maestro ha lasciato Donizetti nel suo contesto: il piglio, la verve nei concertati e delle cabalette è stato sottolineato da un dosaggio perfetto della strumentazione, l’orchestra seguiva perfettamente i cantanti, cosa che ormai è una vera rarità.
Anche l’uso degli ottoni, non troppo rinforzato, ha mantenuto quella freschezza che spesso viene appesantita da bacchette inesperte.
Momento clou ovviamente il sestetto di stupore del finale primo, con il tempo di mezzo ampliato dal dialogo tra le due, poi l’insulto e la precipitosa stretta che forzano le convenzioni dell’epoca e rendono Donizetti un compositore geniale.
Le due interpreti femminili hanno reso questi istanti indimenticabili.

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Carmela Remigio dopo un passato da Maria debutta ora nel ruolo di Elisabetta. La sua voce a tratti graffiante, sembra incredibile, risulta perfetta per il ruolo, rigida e spietata con la rivale, impotente di fronte alla sua solitudine, sicura e imperiosa davanti ai sudditi. Fantastica in “In tal giorno di contento… Ah! Dal ciel discenda un raggio“, belle le agilità dove le note strette tra i denti sembravano alludere realmente alla vendetta tanto agognata. Furente nella scena con Leicester in “Sul crin la rivale la man mi stendea“.
Ovviamente gli scontri con la Maria di Marina Rebeka sono stati madornali; all’ira esibita della Remigio era contrapposta la sottile astuzia del giovane soprano lettone che a suon di sovracuti e dolci emissioni alla Bellini conquista il pubblico che le tributa lunghissimi applausi.
Una scoperta meravigliosa, il suo timbro squillante e chiaro avvolge il teatro e, giunta alla preghiera finale, in preda alla disperazione, la sua voce è ancora morbida e fresca come all’inizio in “Oh nube! Che lieve per l’aria ti aggiri”, con le colorature precise, questi acuti infiniti e un sapientissimo uso delle dinamiche. Si avverte la sintonia con il Maestro Arrivabeni con in quale aveva già cantato il ruolo. I tempi sono i suoi e le parole sgorgano lievi, senza sbavature. Nel momento dell’ira ecco sopraggiungere veemente l’animo della regina usurpata che la getta in una follia delirante ma consapevole. Meravigliosi i momenti finali: dalla preghiera in poi è un susseguirsi di sospiri, pianissimi inframezzati da splendide messe di voce e agilità precise ma leggere al contempo.
Non ci sono rose senza spine e il tasto dolente si è rivelato Paolo Fanale, Leicester, che, nonostante il bel timbro e l’indubbia capacità di approcciarsi a Donizetti, purtroppo nei duetti e nei concertati sembrava scomparire sommerso da questi due giganti femminili. Peccato perché nelle sue arie, complice l’orchestra accondiscendente, il risultato era buono. Ne è la riprova la diretta di Radio3 della prima durante la quale la sua voce è stata parecchio apprezzata e controbilanciava bene gli altri personaggi; purtroppo dal vivo la voce non risultava chiara come nella registrazione. Si vedeva che cercava di mettere maggiormente in maschera il suono ma poi d’un tratto ripiombava indietro e ovviamente ne veniva così compromessa l’udibilità. Gli auguro di migliorare o riprendersi perché avendolo ascoltato precedentemente come Ferrando nel Così Fan tutte devo dire che mi aveva lasciato una buona impressione.
Bravo anche Alessandro Luongo nei panni di Cecil e il Talbot di Carlo Cigni, criticato da molti, non mi è affatto dispiaciuto, anzi.
Complimenti anche per Valentina Varriale, membro di Fabbrica, il progetto giovani del Teatro dell’Opera di Roma, nel ruolo di Anna Kennedy.
Una serata dalle mille sfaccettature in cui anche se a vincere è Elisabetta, il pubblico viene conquistato da Maria che trasforma il suo sacrificio in fonte di espiazione per i per i suoi delitti precedenti. Eccola dunque vittima che, come per sua estrema volontà, decide di morire in grazia di Dio, dopo la confessione.
La realtà è altro, sono entrambe colpevoli del fallimento delle loro vite ed è proprio l’equità della loro contesa a rendere speciale questo capolavoro di Schiller che le note donizettiane hanno esaltato creando una nuova e non meno preziosa opera d’arte che il Costanzi ci ha riproposto ieri sera.

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