La riscoperta della Didone abbandonata di Vinci al Teatro Verdi di Pisa

Teatro Verdi, Pisa, 26 marzo 2017

Dramma per musica in tre atti di Pietro Metastasio
Musica di Leonardo Vinci

Prima esecuzione in epoca moderna: Firenze, Teatro Goldoni, 8 gennaio 2017

Didone Roberta Mameli
Enea Carlo Allemanno
Selene Gabriella Costa
Iarba Raffaele Pé
Araspe Marta Pluda
Osmida Giada Frasconi

Direttore Carlo Ipata
Regia Deda Cristina Colonna
Scene Gabriele Vanzini
Luci Vincenzo Raponi
Costumi Monica Iacuzzo

Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

All’interno della vivace stagione musicale fiorentina risalta la prima rappresentazione in epoca moderna della “Didone abbandonata” di Leonardo Vinci e Pietro Metastasio, composta nel 1726 per il Teatro delle Dame di Roma. Lodevole è l’impegno profuso in questa produzione, così come quello nel pubblicizzarla e nel renderla fruibile ad un pubblico spesso non avvezzo all’opera seria del primo ‘700, in Italia continuamente sacrificata a dispetto del suo fondamentale valore artistico. La stessa produzione con gli stessi interpreti è quella proposta nella stagione teatrale di Pisa.

La Didone abbandonata è il primo libretto di Pietro Metastasio (1724), destinato a vedere nei successivi 100 anni ben 60 riproposizioni da parte di altrettanti compositori, alcuni dei quali di indiscussa fama e abilità, come Scarlatti (1724), Albinoni (1724), Porpora (1741), Cherubini (1787) e Mercadante (1823).
Metastasio è sicuramente il librettista che più ha influenzato la tradizione operistica italiana, lasciando un segno indelebile nella costruzione del concetto stesso di melodramma. I libretti metastasiani rivelano un’indiscussa tendenza verso una tensione drammatica sempre sospesa tra vicende reali e drammi interiori che sta al compositore interpretare e rendere musicalmente efficace, al pari del testo poetico.
In questo la Didone non fa eccezione, ponendo in essere lo struggimento della regina cartaginese dovuto all’insanabile dualismo tra amore e potere che la condurrà ad una tragica morte (O scordati il tuo grado, o abbandona ogni speme; Amore e Maestà non vanno insieme).
La Didone del 1726 segna l’inizio di una fruttuosa collaborazione tra Vinci e Metastasio che vedrà nascere sei melodrammi durante gli ultimi quattro anni di vita del compositore (1726 – 1730). Essa è un’opera di straordinario valore storico-musicale, in quanto evidenzia perfettamente il momento di transizione dalle forme musicali seicentesche a quelle del secolo successivo: è infatti innegabile come la prassi librettistica metastasiana e dei suoi successori tenda verso una sempre più rigida contrapposizione tra i momenti di aria e quelli di recitativo. Questa ferrea divisione porta necessariamente ad una frattura dell’opera teatrale in sezioni isolate e intercambiabili in cui il valore del compositore si sarebbe sostanzialmente valutato sulla base della sua capacità di anteporre la musica alle parole nelle arie e le parole alla musica nei recitativi. La Didone abbandonata è invece splendido esempio di una mediazione tra questi elementi solo apparentemente contrapposti, che mostrano qui la loro fondamentale vicinanza all’interno di quella sintesi che il melodramma rappresenta. Le arie, rigorosamente col da capo, immobilizzano sì la vicenda in un momento puramente contemplativo, ma lo fanno allo scopo di imprimere al testo poetico un valore superiore tramite l’azione nobilitante della musica. Dunque, più che un inossidabile dualismo, si nota nella Didone un ameno dialogo tra parti recitate e cantate, sublimemente architettato da Metastasio ed efficacemente interpretato da Vinci tramite linee melodiche e armoniche tanto semplici quanto adatte al proprio scopo. Vero gioiello di questo dramma sono i recitativi accompagnati, sempre presenti durante lo svolgimento dell’azione scenica e a cui sono affidate alcune delle parti cruciali della trama, tra cui lo straziante finale in cui Didone decide di gettarsi nell’incendio che divampa nella città e nella reggia. L’opera viene chiusa da un leggero ma solenne intervento degli archi dopo ben cinque scene in cui si succedono, in un lungo recitativo accompagnato, cambi di tempo, fremiti ed interventi orchestrali, quasi a voler rendere vive le fiamme che preannunciano la morte della regina. La sua agonia viene costantemente rimarcata tramite la successione di momenti recitati e di arioso: Didone è sola sul palco durante l’ultima scena, ma già nelle precedenti è totalmente padrona della situazione, lasciando a Selene e Osmida solo brevissimi interventi in cui tentano futilmente di salvare la sua vita. La volontà di Vinci di concludere l’opera in tale modo deriva dalla scelta di rendere quanto più realistica possibile la fine di un personaggio spesso posto a grande distanza dalle passioni del pubblico. Il finale coincide in modo semplice e puro con la fine della vicenda, quasi a voler sottolineare l’ineluttabilità del fato che aveva costruito il suo piano durante ogni momento dell’opera.

Il personaggio predominante è certamente quello di Didone, la quale sovrasta gli altri per statura drammatica e impegno musicale, non solo nelle arie, ma anche nei già citati recitativi accompagnati (soprattutto nel terzo atto), i quali vanno a creare nel finale uno splendido climax che lascia il pubblico inerte di fronte alla drammatica conclusione.

Ultimo appunto musicale va fatto riguardo la precisione nelle indicazioni orchestrali poste da Vinci, andando a ricalcare quelle di Metastasio nel libretto. La frequenza di ritmi ternari (3/8) accentua la vitalità del dramma, e la assidua presenza di colorature (a volte addirittura sfocianti in cromatismi) rendono più incisive le parole dei protagonisti spesso superando la mera volontà di virtuosismo. Equilibrio è la parola chiave per la comprensione di questo dramma: esso è costantemente ribadito dalle linee melodiche degli archi che raddoppiano spesso quelle dei cantanti durante le arie, e dal sapiente e calibrato uso dei colori e delle dinamiche da parte dell’orchestra. Anche l’accompagnamento durante i recitativi non è per nulla banale, come testimoniato dagli imprevedibili e affascinanti ariosi di Didone che si avvicina all’ora fatale.

Riguardo la performance al Verdi di Pisa, bisogna sicuramente elogiare l’ottimo lavoro del direttore Carlo Ipata che, nonostante qualche imprecisione nei rapporti tra cantanti e orchestra, ha saputo rendere giustizia ad un lavoro spesso totalmente dimenticato. Gli interpreti hanno dato buona prova delle loro abilità, riuscendo quasi sempre a trasmettere la vitalità della musica di Vinci, solo raramente indugiando in una dannosa (ma plausibile, visto il genere) stasi scenica e musicale. Menzione a parte va fatta allo Iarba del controtenore Raffaele Pé, una spanna sopra gli altri ed eccellente nel rendere il personaggio efficace anche nei passaggi più complessi. Regia e scenografie molto semplici, con un buon apporto da parte di proiezioni sul fondo della scena e di un originale impianto di ombre. Da notare, infine, la buona cura nella realizzazione dei costumi. Al termine della recita applausi (non irrefrenabili, in realtà) per tutti, in particolare per Iarba e Didone.

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