La Gazza Ladra al Teatro alla Scala: le contestazioni, pt. 2

Teatro alla Scala, 12/04/2017

Melodramma in due atti di Gioacchino Rossini
Libretto di Giovanni Gherardini
(Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro
in collaborazione con Casa Ricordi, Milano
a cura di A. Zedda)

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore Riccardo Chailly
Regia Gabriele Salvatores
Scene e costumi Gian Maurizio Fercioni
Luci Marco Filibeck
Movimenti coreografici Emanuela Tagliavia
Marionette, costumi e animazione a cura di Compagnia Marionettistica Carlo Colla e Figli

Ninetta Rosa Feola
Pippo Serena Malfi
Lucia Teresa Iervolino
Fabrizio Vingradito Paolo Bordogna
Giannetto Edgardo Rocha
Fernando Villabella Alex Esposito
Gottardo Michele Pertusi
Ernesto Giovanni Romeo
Giorgio/Il Pretore Claudio Levantino
Antonio Matteo Mezzaro
Isacco Matteo Macchioni
Una gazza Francesca Alberti

Non c’è pace al Teatro alla Scala: dopo Anna Bolena, anche la prima de La Gazza Ladra di Rossini si è conclusa con sonore contestazioni, invero non generalizzate ma dirette principalmente a Chailly, alla regia di Salvatores e con minor intensità ad un paio di cantanti.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di andare con ordine. Rossini compose quest’opera semiseria su libretto di Giovanni Gherardini per il Teatro alla Scala 200 anni fa, essa ebbe un buon successo di pubblico alle prime rappresentazioni e rimase nei cartelloni dei teatri per quasi tutto il secolo. Viene poi dimenticata e riscoperta solo negli anni della Rossini renaissance ma tutt’oggi le sue rappresentazioni non sono frequenti, tanto che la produzione scaligera era divenuta un evento atteso. L’intreccio del libretto prende avvio da un espediente tipicamente buffo, una gazza ruba una posata d’argento alla famiglia Vingradito, ma da questo fatto scaturiscono conseguenze che sfuggono al controllo dei personaggi: Ninetta, la domestica di casa che non intende concedersi alle attenzioni del Podestà, viene accusata di furto e condannata a morte. Così, in mezzo ad altre vicende, tutto sembra portare ad un esito tragico e l’opera ben si potrebbe concludere con la stupenda marcia funebre finale che anticipa l’esecuzione. Solo il ritrovamento degli oggetti rubati dalla ‘gazzaccia maledetta’ e un’amnistia per il padre disertore di Ninetta assicurano il lieto fine. In quest’opera quindi Rossini ha l’occasione di unire i caratteri migliori dei due generi di cui era maestro: la tradizione dell’opera buffa compare ad esempio nella bella cavatina di Ninetta Di piacer mi balza il cor ma anche in quella del Podestà (Il mio piano è preparato), che pure rappresenta il vero antagonista sempre fuori dal coro. I finali concertati anche provengono dalla tradizione dell’opera buffa ma sono qui grandi quadri piegati alle esigenze della drammaturgia. Più vicino al sentire dell’opera seria è tutta la parte centrale del II atto, che culmina nella già citata marcia funebre.

Le attese della vigilia erano legate, più che al debutto di tanti giovani cantati italiani (a cui per altro dobbiamo la riuscita dello spettacolo), alla direzione di Riccardo Chailly e alla produzione del regista cinematografico e premio Oscar Gabriele Salvatores. Sono convinto che le pesantissime contestazioni indirizzate al duo Chailly-Salvatores siano state esagerate ma in qualche modo comprensibili; a nulla è valso il tentativo di Chailly di ‘proteggere’ il regista portandolo immediatamente in fila con i cantanti dopo una frettolosa uscita in proscenio.

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Questa Gazza era ambientata nel retro palco di un teatro con una impostazione vagamente ma inutilmente metateatrale. La scena fissa era delimitata sulla destra da quelli che sembravano essere i palchi del teatro (e che diventeranno seggi per la giuria nel II atto) e sulla sinistra da quinte a vista. In questo spazio si aggirava per tutta l’opera un’acrobata, Francesca Alberti, che impersonava la gazza e che librandosi nell’aria fin dalle note della Sinfonia ha provocato le prime, queste sì inutili, contestazioni. Per il resto dall’opera compariva qua e là, standosene spesso appollaiata in cima a delle scale, intervenendo nel furto della forchetta ma senza dare un apporto essenziale allo sviluppo della trama. Altra idea mal sviluppata che compariva fin dalla Sinfonia, in particolare sul primo tempo, era quella delle marionette che in qualche modo anticipavano ciò che stava per accadere in scena. In tutto ciò i costumi erano molto bozzettistici, tradizionali ma poco realistici e i movimenti scenici davvero scarsi, tanto da apparire affidati più all’inventiva dei cantanti che altro (si sono distinti positivamente in questo Pertusi e Bordogna).

Passando al versante musicale dobbiamo spendere qualche parola per la direzione di Riccardo Chailly. Partiamo con il dire che il direttore, come è solito fare, non ci restituisce un’interpretazione anonima ma anzi ritroviamo in qualche modo l’impronta della sua bacchetta. Tuttavia ci sembra che tale impronta mal si presti a dar forma ad un Rossini credibile, che andrebbe valorizzato nei suoi numerosi punti di forza. Si preferisce invece guardare al pesarese avendo in mente chi verrà dopo di lui, Donizetti ed il giovane Verdi in primis, e si sottolineano con efficacia i passaggi drammatici così che i momenti più convincenti della serata sono l’andantino del Finale I Mi sento opprimere e l’introduzione del Finale II. Ma per il resto manca qualcosa: manca la brillantezza e la limpidezza della musica di Rossini, soprattutto nella sezione dei legni; spesso si sente una pesantezza provenire degli archi, soprattutto nei finali dei brani (uno per tutti la chiusura del quintetto alla metà del II atto). Dispiace che un direttore raffinato come Chailly non abbia saputo interpretare Rossini nel modo che ci saremmo aspettati e abbia talvolta messo in difficoltà i cantanti, come nel duettino del secondo atto Ninetta-Pippo in cui Malfi e Feola erano spesso coperte dal tema della Sinfonia su cui Chailly sembrava unicamente concentrarsi. Accanto all’orchestra di casa, ritroviamo il sempre brillante coro del Teatro.

Il cast poi contava numerosi cantanti, molti dei quali giovani ed italiani, già tutti ascoltati in diverse occasioni: è stato un piacere trovarli insieme in questa produzione.

Rosa Feola ha debuttato alla Scala con il ruolo di Ninetta e ci è molto piaciuta. Possiede un timbro chiaro e luminoso, una voce omogenea nei registi e una vocalità adeguata allo stile. Se dobbiamo mettere in luce un aspetto negativo è forse la scarsa caratterizzazione anche vocale del personaggio, ma era la prima recita e la sua carriera è solo all’inizio: avrà tempo per approfondire questi dettagli espressivi. Insieme a Serena Malfi, Feola è stata l’unico bersaglio delle contestazioni rivolte ai cantanti, nei suoi confronti però mi sono parse assolutamente ingenerose. Avevano invece una qualche fondatezza quelle nei confronti del mezzosoprano: ci è dispiaciuto registrare una performance opaca da parte di una cantante che avevamo apprezzato più volte in passato. Forse il ruolo scritto per contralto mal si adattava ad una voce mezzosopranile piuttosto acuta che è quindi risultata debole nel volume e leggermente intubata nei suoni nel registro medio-grave. A conferma di questo, abbiamo ascoltato una voce meglio sfogata e proiettata in alto ed in ogni caso le cose sono andate migliorando nel corso della recita. Terza presenza femminile era la magnifica Lucia di Teresa Iervolino: timbro pieno e brunito, colorature sempre perfette ed appoggiate e precisione in accenti e fraseggio hanno reso il piccolo ruolo di Lucia vocalmente esemplare.

Le buone notizie continuano anche sul versante maschile. Michele Pertusi come Podestà è stato il protagonista vocale della serata. Forse le colorature non sono impeccabili – del resto il ruolo non è certo quello del buffo rossiniano – ma la voce è sempre presente con un volume invidiabile, il modo di porgere le frasi è magistrale e mostra tutta l’esperienza di una lunga carriera. Molto bene anche Alex Esposito nel ruolo di Fernando di cui si possono dire cose simili: la voce è probabilmente più robusta e corposa a scapito di meno agilità ma risulta perfettamente convincente. Speriamo di riascoltarlo presto in ruoli anche più impegnativi. Edgardo Rocha vestiva i panni dell’amato di Ninetta e ci ha stupito positivamente. Il timbro è forse un po’ acido e il volume non eccezionale ma la voce leggera gli consente di rendere con sicurezza le asperità imposte dal ruolo. Eccellente attore e cantante dal timbro morbido e piacevolissimo si è confermato Paolo Bordogna. Ottimi anche i tenori Matteo Macchioni (Il merciaiuolo Isacco) e Matteo Mezzaro (Il carceriere Antonio).

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Come anticipavamo la serata ha visto la viva partecipazione del pubblico: alle rumorose contestazioni molti spettatori hanno risposto intensificando la frequenza degli applausi fino ad invitare i contestatori stessi a non presentarsi più a teatro. Come ho tentato di spiegare però, per quanto eccessive, le contestazioni non erano generalizzate ma sono state una risposta a quanto visto e sentito. Lo conferma il successo riscosso da Pertusi in particolare ma anche da quasi tutti gli altri cantanti.

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