Uno Chénier in attesa della prima! Grande prova per la coppia Kunde-Siri al Teatro dell’Opera di Roma

Teatro Costanzi, 19/04/2017

Andrea Chénier
Musica di Umberto Giordano
Libretto di Luigi Illica

DIRETTORE Roberto Abbado
REGIA Marco Bellocchio
MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani
SCENE E LUCI Gianni Carluccio
COSTUMI Daria Calvelli
MOVIMENTI COREOGRAFICI Massimiliano Volpini

ANDREA CHÉNIER Gregory Kunde
CARLO GÉRARD Roberto Frontali
MADDALENA DI COIGNY Maria José Siri
LA MULATTA BERSI Natascha Petrinsky
LA CONTESSA DI COIGNY Anna Malavasi
MADELON Elena Zilio
ROUCHER Duccio Dal Monte
IL ROMANZIERO (PIETRO FLÉVILLE) /FOUQUIER-TINVILLE Graziano Dallavalle
IL SANCULOTTO MATHIEU Gevorg Hakobyan
UN “INCREDIBILE” Luca Casalin
L’ABATE Andrea Giovannini
SCHMIDT/ IL MAESTRO DI CASA/ DUMAS Timofei Baranov

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento in coproduzione con Teatro La Fenice di Venezia

Mercoledì pomeriggio ho avuto il piacere di assistere alla generale dell’Andrea Chenier che stasera, dopo quarantadue anni di assenza, farà il suo ritorno al Teatro dell’opera di Roma.
Mi permetto quindi di fare una breve recensione ma ribadisco che si tratta pur sempre di una prova, ma che prova!
Cast stellare, direzione precisa, scene e regia ben congeniate, Fuortes ha scommesso su questa produzione e ha fatto centro.
Aperto il sipario eccoci immersi in un salotto nobiliare, tra specchi, ampie finestre incorniciate da soffici tendaggi: la residenza dei Conti di Coigny vista da Gianni Carluccio, scenografo, sotto la regia sapiente di Marco Bellocchio. Questi, intervistato, ha detto di aver seguito punto per punto le didascalie del libretto trovandovi tutto ciò di cui aveva bisogno. Il primo atto è leggero come l’egloga di Fleville, piccola bomboniera di spensieratezza prima del precipitare tragico della nobiltà francese. Arrivano pastori e pastorelle, ballerini svolazzanti come piume e, i colori confetto degli abiti ben contrastano con “sua grandezza la miseria” che fa la sua entrata fugace mostrandoci le precarie condizioni della gente comune.
Ed è in questi colori a tratti ostentati che si impone su tutti il magnifico Chenier; egli è diverso, consapevole della fine della monarchia, del suo mondo effimero e ormai destinato all’oblio. Solo un fiore tra questi si salva, la bella Maddalena per la quale Gregory Kunde, al suo debutto nel ruolo, intona un commuovente “Un dì nell’azzurro spazio“.
Come scrive Illica, il secondo quadro presenta un altare dedicato a Marat e sul palco ecco quel popolo francese che respira libertà ma si ciba del sangue della ghigliottina e condanna i presunti anti rivoluzionari. Infine la spoglia prigione che, lungi dal risultare uno spazio vuoto, racchiude il fiume di amore e di emozioni dei protagonisti che vivono nell’attesa della morte.

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Alla regia lineare ed efficace si è accostata un’altrettanto puntuale direzione. La mano del Maestro Abbado ha lasciato adeguato margine di libertà ai cantanti mantenendo al contempo quella nitidezza strumentale necessaria. Alle delicatezze manierate della gavotta e delle note settecentesche iniziali si contrappone la roboante scena del tribunale con tanto di squilli di corno all’arrivo di Robespierre. Magnifica l’arpa e il tremolo dei violini nel duetto finale, che grazie alle voci di Kunde e della Siri si è rivelato veramente il momento più intenso della serata.
I due cantanti hanno appena fatto coppia nella Manon Lescaut torinese diretti da Noseda; si nota infatti un forte affiatamento dal punto di vista vocale, le voci si amalgamano bene: non ci sono quelle sfide all’ acuto più lungo o momenti di difficoltà; stanno bene insieme proprio perché per una volta si assiste al canto puro e semplice, quello che dona all’ascoltatore un senso di serenità.
Maria José Siri è una magnifica Maddalena che quasi spodesta Kunde dal podio, il canto è sul fiato e il colore caldo dona al personaggio quella passione di cui è naturalmente intriso. La grande sensibilità musicale la aiuta ad ammorbidirsi nel registro più grave per poi svettare senza difficoltà negli acuti. Superata dunque a pieni voti La Mamma Morta!
Che dire del longevissimo Kunde, uno dei cantanti più versatili del nostro tempo; ne è passato dai Puritani dell’87; il repertorio è mutato ma la freschezza è sempre la stessa.
Bello il si naturale fatto in tono nel duetto finale ma ancor più bello il duetto del secondo quadro con quell’ Ora soave che dal fa, con un leggero portamento di natura corelliana si spinge a quel Lab con grandissima naturalezza e il pubblico non può che applaudire.
Si nota quella tranquillità nel canto, il pensiero rivolto al testo, il lasciar cantare la musica proprio di chi davvero ha dedicato la vita per quest’arte.
Strappa un enorme applauso Roberto Frontali, nelle vesti di un Gérard dalla passione spudorata; viscerale in “Perché ti volti qui? Perché ti voglio!“; elegante il fraseggio e la potenza della portata vocale ben si piega alla natura forte e autoritaria del personaggio.
Elena Zilio, la vecchia Madelon, ottiene inaspettatamente un grande momento di gloria, il pubblico applaude energicamente e, devo ammettere che ha saputo ben delineare un personaggio che spesso passa in secondo piano.
Brava la Bersi di Natascha Petrinsky e la Contessa di Coigny, Anna Malavasi, ambedue ampiamente apprezzate da me l’anno scorso nel Trittico di Michieletto.
Complimenti anche per tutti gli altri interpreti che hanno contribuito a rendere questa produzione una delle migliori della stagione romana.

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