Don Giovanni: Carsen torna alla Scala

Teatro alla Scala, 9 maggio 2017

Direttore Paavo Järvi
Regia Robert Carsen
Scene Michael Levine
Costumi Brigitte Reiffenstuel
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografia Philippe Giraudeau

Don Giovanni Thomas Hampson
Commendatore Tomasz Konieczny
Don Ottavio Bernard Richter
Donna Anna Hanna Elisabeth Müller
Donna Elvira Anett Fritsch
Leporello Luca Pisaroni
Zerlina Giulia Semenzato
Masetto Mattia Olivieri

E’ tornato in Scala Don Giovanni, nella stupenda, a tratti geniale, regia di Robert Carsen che inaugurò la stagione nel 2011. Ed è tornato con un cast omogeneo e convincente, che vede purtroppo l’unica nota leggermente stonata proprio nel protagonista interpretato da Thomas Hampson.

Non è facile descrivere a parole l’idea del regista e forse è utile partire dai primi istanti dello spettacolo sui primi accordi dell’ouverture. Con mezze luci in sala, Don Giovanni in smoking scavalca il parapetto del primo palco, si avvicina al sipario e lo tira a terra con quanta forza ha in corpo. Le decine di metri quadri di velluto rosso precipitano e permettono al Teatro di riflettersi nello specchio retrostante. Prende così vita sul palcoscenico un secondo Teatro alla Scala, di cui Leporello è macchinista e tutti gli altri personaggi sono ora pubblico, ora attori. È sorprendente la tenuta dello spettacolo: in un susseguirsi di trovate (fra cui comparse dei personaggi in platea sempre intelligenti) che solo andando a teatro si possono davvero apprezzare, le tre ore di musica scorrono senza mai un abbassamento nella tensione drammatica, senza un episodio sgradevole, il tutto rispettando il libretto quasi in ogni frase e delineando personaggi credibili, vivi. Magistrale tutta la sezione centrale del II atto in cui Don Giovanni si accomoda in proscenio su due sedie dei palchi del teatro (naturalmente accompagnato dall’ultima conquista) per assistere allo svolgersi della sua stessa opera. I personaggi agiscono su palcoscenici sempre più piccoli, l’uno dentro l’altro come matrioske, palcoscenici che naturalmente riprendono quello scaligero nei sipari e nella barcaccia. Eroe dello spettacolo non può che essere Don Giovanni, che nella visione di Carsen dopo una morte apparente ritorna in scena sprezzante, fumando una sigaretta, mentre i sei sprofondano a loro volta, cantando la morale.

E allora non si può che parlare di Thomas Hampson, baritono che del ruolo di Don Giovanni ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Ad essere sinceri non ne siamo rimasti convinti. Il cantante ha indubbiamente un bel timbro caldo e vellutato ed un volume convincente, indubbiamente affronta il ruolo con sicurezza, a tratti con spavalderia, ricordandoci per certi versi l’attitudine di Vittorio Grigolo. Ma i suoi pregi ci sembrano fermarsi qui. La dizione è pessima (non a caso Hampson frequenta soprattutto teatri stranieri), le consonanti quasi scompaiono (davvero fastidioso l’esito di Fin ch’han del vino) e le vocali sono storpiate ed ingrossate alla ricerca di un suono più bello e più pieno, ma sacrificando fraseggio e precisione. Anche nei tempi spesso è impreciso e costringe il direttore a seguirlo (si veda l’attacco di Là ci darem la mano o ancora Metà di voi qua vadano, staccata invero ad un tempo eccessivamente lento).

Siamo rimasti invece soddisfatti da tutti i colleghi. Luca Pisaroni, anch’egli esperto del ruolo, è un Leporello adeguato e preciso nella vocalità e nello stile e di voce corposa. Davvero notevole ci è sembrata la prestazione di Anett Fritsch come Donna Elvira: il soprano ha dato prova di possedere una voce ricca di armonici e di volume ed è perfetta nello stile poiché affronta le colorature con precisione ed espressività senza sfociare nel facile rischio di delineare una Elvira isterica, anche vocalmente (a mio parere esemplare l’esecuzione di Mi tradì quell’alma ingrata). Con timbro leggermente  nasale e con agilità meno sciolte si presenta Hanna Elisabeth Müller. Il ruolo di Donna Anna richiede però una voce più lirica e il punto di forza della Müller va ricercato nel legato (vedi la sua aria del II atto) e nelle mezzevoci, che arrivano sempre piene all’orecchio dell’ascoltatore. Nel complesso convince anche Bernard Richter nel delicato ruolo di Don Ottavio. Se i tentativi di smorzare la voce in Dalla sua pace la mia dipende non sempre riescono a pieno, si riprende comunque con una significativa performance nel secondo atto.

Giulia Semenzato fa coppia con l’ottimo Masetto di  Mattia Olivieri. Delinea una Zerlina di volume non debordante ma fraseggia in modo magnifico, sempre vagamente ambiguo ed incredibilmente intrigante nel piccolo capolavoro che è Vedrai carinoTomasz Konieczny (Commendatore) ha voce sufficientemente scura e potente per l’autorevolezza del ruolo ma presenta una tecnica e una dizione tutt’altro che impeccabili.

La direzione d’orchestra era affidata a Paavo Järvi. Non si può dire che abbia fatto male, delineando un Don Giovanni a tratti molto espressivo nei momenti più drammatici (anche se gli interventi delle trombe potevano essere più morbidi e meglio inseriti nel tessuto orchestrale). Tuttavia si è avvertita qualche scollatura con i cantanti e una generale tendenza ad eccedere nelle dinamiche nei brani concertati o nella scena della morte di Don Giovanni. D’altro canto si è già sottolineata qualche lentezza di troppo nello stacco dei tempi.

Dopo le tempeste delle due ultime produzioni, questa ripresa del titolo mozartiano passa sotto silenzio ma ci è parsa di indubbio valore complessivo e il pubblico pare aver gradito.

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