Fra dolci e cari palpiti. Il viaggio a Reims che sbalordisce Roma!

Musica di Gioachino Rossini
Dramma giocoso in un atto
Libretto di Luigi Balocchi

Direttore: Stefano Montanari
Regia: Damiano Michieletto
Maestro del Coro: Roberto Gabbiani
Scene: Paolo Fantin
Costumi: Carla Teti
Luci: Alessandro Carletti

Interpreti principali

CORINNA Mariangela Sicilia
LA MARCHESA MELIBEA Anna Goryachova
LA CONTESSA DI FOLLEVILLE Maria Grazia Schiavo 
MADAMA CORTESE Francesca Dotto
IL CAVALIERE BELFIORE Juan Francisco Gatell
il conte di Libenskof: Merto Sungu
Lord Sidney: Adrian Sâmpetrean
Don profondo: Nicola Ulivieri
Il barone di Trombonok: Bruno De Simone
Don Alvaro: Simone Del Savio
Don Prudenzio: Vincenzo Nizzardo
Don Luigino: Enrico Iviglia
Delia: Caterina Di Tonno
Maddalena: Gaia Petrone
Modestina: Erika Beretti 
Zefirino / Gelsomino: Christian Collia
Antonio: Davide Giangregorio

L’Opera di Roma conclude la sua stagione in teatro prima di inaugurare l’estate a Caracalla con Il Viaggio a Reims rossiniano. E che Viaggio!

Le grandi aspettative che si erano andate creando in questi ultimi tempi sono state ampiamente soddisfatte grazie al cast di livello e alla regia, firmata Michieletto, davvero accattivante.

Del tutto inaspettate le scene originalissime e variopinte se solo pensiamo all’origine di quest’opera.

Il Viaggio nasce infatti come Cantata scenica di circostanza in onore dell’incoronazione nel 1825 di Carlo X Re di Francia. Eseguita, ahimè, solo quattro volte a scopo celebrativo e poi finita nell’oblio per espresso volere dell’autore.

Grazie ad eminenti musicologi e studiosi come Philip Gossett, recentemente scomparso, a cui sono state dedicate tutte le recite, questo splendido gioiello rossiniano ha rivisto la luce nel 1984 con un cast stellare e Claudio Abbado sul podio .

Un’ opera nell’opera, l’apoteosi e la sublimazione delle forme standard dell’opera italiana ottocentesca, in cui ogni personaggio è perfettamente legittimato nella sua esasperante stereotipizzazione. L’estrema semplicità della trama, pressoché inesistente, dà la possibilità di puntare tutto sulle voci creando un mix letale tanto per il melomane quanto per il neofita.

La locanda del Giglio d’Oro sarebbe stata troppo banale per Michieletto ed eccoci infatti nel Guggenheim di Roma, la prestigiosa Golden Lilium Gallery, dove tra le tele esposte ci sarà proprio l’Incoronazione di Carlo X di Francois Gérard di cui i nostri viaggiatori sono personaggi a tutti gli effetti. Questi approdano nel museo e, spaesati come non mai, ci mostrano tutti gli aspetti dei loro caratteri per poi infine raggiungere la tranquillità nel quadro che li ha sempre ospitati mentre la bella Corinna ammira l’imponente bellezza della composizione.

Il cast, abile e preparato, ha reso a Rossini la giusta dignità.

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Roboante e altezzosa sgomita l’indispettita Contessa di Folleville interpretata da una Maria Grazia Schiavo in ottima forma. Il suo spirito smanioso emerge al massimo grazie alle infinite agilità che il maestro pesarese ha donato a questo personaggio, l’aria della contessa “Partir, o ciel!” è infatti lo stereotipo dell’aria seria piena di virtuosismi e colorature; sappiamo però che tutte le smanie sono determinate dalla perdita dei vestiti della Folleville: l’ironia del momento non fa che acuire la simpatia per la donna che la Schiavo, grazie alle sue ottime colorature e alle sue spiritosissime trovate ha inscenato al meglio.

La parodia di Von Metternich altro non è che il Barone Trombonok di Bruno De Simone. Il modo di porgere segue le orme del suo maestro Sesto Bruscantini, la lunga carriera poi fa il resto: un vero animale da palcoscenico! Divertentissimo vederlo dirigere dall’ alto di un trono durante tutta la scena dei brindisi.

La russa Anna Goryachova dal timbro brunito e imponente è la marchesa Melibea che dà sfoggio di precisissime agilità mentre corre da una parte all’ altra del palco mostrandoci le sue belle gambe per cui Don Alvaro e il conte di Liebenskopf spasimano in una lotta continua.

Duetto musicalmente meraviglioso quello con Liebenskopf (Merto Sungu), dove la voce acuta e sfalsettante del tenore è controbilanciata dai toni più caldi del mezzo. Sicuramente la Goryachova ne esce vittoriosa, ma anche Sungu se la cava, considerando la tessitura molto acuta del brano che non lascia margine d’errore.

L’altro pretendente, Don Alvaro è Simone del Savio che con il suo fare da Matador e il ritmo spagnoleggiante durante il brindisi conquista il pubblico sventolando il suo mantello e sfoggiando un bell’acuto finale.

Il Don Profondo di Nicola Ulivieri è qui un esperto battitore d’aste, la dizione divertente e le inflessioni nazionali rese durante l’aria sarebbero state più godibili se la bacchetta di Montanari fosse stata un poco più clemente con i tempi, forse questi non vedeva l’ora di aggiudicarsi l’ultimo tesoro battuto; un elmo con pennacchio ottenuto proprio dal Maestro e indossato mentre dirigeva.

Un po’ Crudelia Demon, un po’ Meryl Streep ne Il Diavolo veste Prada ecco Madama Cortese, Francesca Dotto, anche lei dotata di un buon fraseggio che purtroppo, causa orchestra forte all’eccesso, non sempre era pienamente udibile dalla platea.

La studentessa un po’ ingenua, un po’ secchiona, con treccia, occhiali e calzini bianchi sotto il vestitino a pois è la nostra Corinna. Si aggira ammirando i dipinti e copia tutto affannosamente su un suo album di schizzi. Il Cavalier Belfiore se ne innamora e diviene modello di posa per la bella cantante. Il loro duetto, oltre che risultare molto divertente è magistralmente eseguito da Mariangela Sicilia e Juan Francisco Gatell.

Michieletto non si fa mancare neppure la sindrome di Stendhal: ecco Lord Sidney (Adrian Sampetrean) che si innamora di un suo stesso dipinto il quale, ovviamente prende vita.

Tra le mille trovate ecco che il canto di Rossini squarcia letteralmente la tela: lo sgomento di tutti riecheggia in “Ah! Tal colpo inaspettato“, cantabile a cappella che si scioglie con l’arrivo di Madama Cortese e il gran finale “Fra dolci e cari palpiti” in cui il crescendo indiavolato è portato al parossismo dalle quattordici voci cantanti.

La pace dei sensi si assapora nel finale con l’arpa che culla la sola voce celeste di Corinna: il suo canto tocca le corde del cuore, appare così semplice e puro nonostante l’oggettiva complessità. Ancora complimenti alla splendida Mariangela Sicilia che con i sovracuti in pianissimo ci regala davvero un senso di dolcezza che raramente si ritrova in teatro.

La nota un poco più amara è stata la direzione di Stefano Montanari, veemente nelle movenze esteriori e talvolta troppo veemente anche nel suono, con pure stoccate d’archi che sovrastavano la linea del canto.

Nel complesso però, trovandosi i cantanti per la maggior parte del tempo in boccascena, le voci sono emerse; appena retrocedevano ecco però che annegavano nel vortice di suoni.

Direi buoni i tempi e le intenzioni; i due momenti con la sola arpa sono stati eccezionali; sarebbe bastato quindi moderare leggermente gli eccessi sonori.

L’Opera di Roma è ormai diventata un punto di riferimento grazie a produzioni interessanti e questo Viaggio a Reims ne è la riprova.

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