Per MiTo, C.P.E. Bach e Monteverdi in un fine settimana milanese di musica sacra

Carl Philipp Emanuel Bach
Die Israeliten in der Wüste, oratorio per soli, coro e orchestra H. 775
Coro e Orchestra dell’Accademia del Santo Spirito
Ottavio Dantone, direttore
Andrea Lauren Brown (Prima donna israelita), soprano
Rahel Maas (Seconda donna israelita), soprano
Andreas Karasiak (Aronne), tenore
Thilo Dahlmann (Mosè), basso

Claudio Monteverdi
Messa a quattro voci da cappella
e altri autori
Jorghe Alberto Guerrero, violoncello
Maria Cecilia Farina, organo
Ghislieri Choir & Consort
Giulio Prandi, direttore

Dopo la prolungata pausa estiva di cui ci scusiamo con i nostri dieci lettori, torniamo per raccontare di un fine settimana milanese all’insegna della musica sacra nell’ambito del programma di MiTo, festival di musica classica fra i più vivaci della penisola che unisce le due città grazie ad una fitta rete di concerti ed iniziative e che coinvolge migliaia di musicisti, dalle orchestre di Scala e Regio fino a cori e bande amatoriali.

Diamo quindi conto di una piccolissima parte di questo settembre musicale; tuttavia questi due concerti sono legati fra loro dal genere sacro e dai luoghi: due fra le più belle chiese di Milano, Sant’Alessandro in Zebedia, chiesa barocca che si apre su una bella piazza di sapore romano fra via Torino e Corso Italia e San Marco, situata nel cuore di Brera e conosciuta dagli amanti di musica per i frequenti concerti che qui si tengono.

Il programma del concerto di sabato in Sant’Alessandro prevedeva l’esecuzione dell’oratorio Die Israeliten in der Wüste di Carl Philipp Emanuel Bach, secondogenito di Johann Sebastian nato nel 1714. Dopo aver servito per quasi una trentina d’anni come cembalista alla corte di Federico II di Prussia a Berlino, nel 1768 Bach riesce a lasciare un incarico per lui insoddisfacente sul piano creativo e si sposta ad Amburgo. Sarà proprio nel periodo amburghese che il musicista otterrà notevoli soddisfazioni anche grazie alla maggior libertà ed autonomia compositiva di cui godeva.
L’oratorio rappresentato è proprio il frutto di una delle prime commissioni ottenute ad Amburgo per l’inaugurazione della Lazarethkieche avvenuta nel novembre 1769.
Pur rimanendo fedele ai canoni del genere che imponevano l’alternarsi di arie, rigorosamente con da capo, e brani corali, Carl Philipp mostra la sua abilità nella resa degli affetti. Da questo punto di vista l’oratorio è diviso in due parti: nella prima il popolo d’Israele esprime il suo dolore per lo stato di fame in cui versa nel deserto. In questo contesto le arie delle due donne israelite, entrambi soprani, esprimono la rabbia per l’abbandono da parte della divinità, il rimpianto per i tempi della schiavitù in Egitto e lo sconforto di chi sta per morire di sete.
Le esortazioni di Aronne (il tenore Andreas Karasiak) e Mosé (il basso Thilo Dahlmann) culminano nella bella e accorata preghiera del basso che precede il miracolo: freschi, argentei fiumi zampillano e il popolo canta la propria gioia.
La seconda parte è tutta tesa all’espressione della gioia e del ringraziamento nei confronti del Signore misericordioso. Le due arie femminili sono occasione per fare sfoggio di colorature e trilli in abbondanza, virtuosismi che bene riescono ad Andrea Lauren Brown e Rachele Maas, protagoniste vocali della giornata.
La conclusione è riservata quasi unicamente al coro a cui è affidato anche un solenne corale luterano.
Il Coro e l’Orchestra dell’Accademia del Santo Spirito sono stati sapientemente diretti da Ottavio Dantone (Piero Mussino era maestro del coro, sempre corretto e a tratti vivace nei numerosi brani). Certo l’acustica chiesastica non è delle migliori ma Dantone, specialista del repertorio barocco e tardo-barocco, misura dinamiche e tempi in modo da sottolineare i contrasti propri della partitura senza tuttavia mettere in difficoltà solisti e coro.

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Ad accompagnare la Messa domenicale in San Marco invece è stato il turno di Ghislieri Choir & Consort, ensemble nato presso l’omonimo collegio di merito pavese, dedito alla musica antica e guidato dal suo direttore Giulio Prandi. È stata proposta la Messa a 4 voci da cappella di Claudio Monteverdi, opera pubblicata postuma e per cui Monteverdi scelse lo stile antico. Quello che apparentemente appare un ritorno al passato tuttavia non rinnega il Monteverdi più moderno: la fusione delle linee melodiche conferisce espressività ad un testo che rimane sempre intellegibile, come è ben esemplificato dal Credo.
La celebrazione è stata accompagnata da una selezione di altri brani: la Toccata per organo solo cinquecentesca di Claudio Merulo ha aperto la celebrazione ed è stata seguita dalla Sonata prima per violoncello solo e basso continuo (Maria Cecilia Farina all’organo e Jorge Alberto Guerrero al violoncello).
Sul versante vocale, abbiamo ascoltato Ave Maris Stella di Pietro Gnocchi e una Salve Regina di Antonio Lotti. Mentre un inedito e vivace Regina Coeli di Giuseppe Sarti ha concluso la celebrazione.
Al di là dell’indubbia qualità musicale dell’esecuzione, è davvero un piacere assistere a una iniziativa che colloca i brani nella loro destinazione originaria e la partecipazione così numerosa testimonia l’interesse per eventi di questo tipo da parte di un pubblico vario e partecipe.

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