Nabucco al Teatro alla Scala, Nucci e colleghi limitano i danni di Santi e regia

Teatro alla Scala, 8/11/2017

Dramma lirico in quattro parti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Temistocle Solera
(Edizione critica a cura di R. Parker;
The University of Chicago Press e Casa Ricordi, Milano)

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Teatro alla Scala, Royal Opera House – Covent Garden di Londra, Lyric Opera di Chicago, Gran Teatre de Liceu di Barcellona

Direttore Nello Santi
Regia Daniele Abbado
Scene e costumi Alison Chitty
Luci Alessandro Carletti 
Video Luca Scarzella
Movimenti Coreografici Simona Bucci

Nabucco Leo Nucci
Ismaele Stefano La Colla
Zaccaria Mikhail Petrenko
Abigaille Anna Pirozzi
Fenena Annalisa Stroppa
Il Gran Sacerdote Giovanni Furlanetto
Abdallo Oreste Cosimo
Anna Ewa Tracz

Ph: Brescia e Amisano

Quando si pensa all’oppressione di un popolo dominatore su un altro indifeso, quando si vuol fare riferimento all’assoggettazione violenta di una parte sull’altra, nell’opera non può che venire in mente Nabucco, esso nella storia del melodramma è archetipo di come affrontare tale tema. Tale scontata premessa non è stata fatta propria da Daniele Abbado al momento di ideare questa coproduzione con teatri dai nomi importanti: oltre alla Scala, ci sono Royal Opera House, Lyric Opera di Chicago e Liceu di Barcellona. Non c’è traccia dei contrasti a cui facevamo cenno in quanto abbiamo visto: Babilonesi ed Ebrei, o se vogliamo attualizzare oppressori e oppressi, si confondono negli stessi abiti tratti dalla quotidianità della seconda metà del secolo scorso. Gli uomini ebrei, e nemmeno tutti, portano la kippah ma all’interno del gruppo non vi sono elementi che contraddistinguano Nabucco dall’ultima delle guardie, Abigaille da Fenena o dalle donne del popolo ebreo vessato. Il teatro e la vita stessa sono fatti di contrasti, se questi si eliminano anche le passioni si riducono a ben poca cosa e così è stato. Non si capisce per altro come Nabucco possa impartire ordini in maniera credibile e sottomettere un intero popolo, dato che si presenta in scena senza essere accompagnato da nemmeno un uomo in armi. Se si eccettua la scena del IV atto che precede il supplizio degli Ebrei, non abbiamo visto né una pistola né una dimostrazione di esercizio della forza di coercizione. L’unica idea di un qualche fascino proposta dal regista ha preso corpo nel primo atto: gli ebrei aspettano l’ingresso di quelli che Babilonesi non possiamo più chiamare all’interno di uno spazio che ricorda molto da vicino il memoriale della Shoah di Berlino. I grandi parallelepipedi di cemento fra cui il popolo si nasconde verranno poi abbattuti con l’affermazione del potere dispotico. Veramente troppo poco per uno spettacolo grigio come la sua scenografia che, se non si pretende debba lasciare il segno nella memoria degli spettatori, almeno dovrebbe tener viva la loro attenzione per le tre ore in cui stanno a teatro.

L’opera vedeva il ritorno sulla scena milanese di Nello Santi, che dopo decenni di assenza era tornato a marzo di quest’anno a dirigere Traviata. Il rispetto per un musicista della sua esperienza ed età è dovuto ma la sua direzione ci è parsa assai carente; lo dico a malincuore, anche perché chi ci legge ricorderà che in occasione di Traviata avevamo dato un diverso parere. Nabucco invece non pare nelle sue corde: i tempi, soprattutto nel primo atto sono lenti al di là di ogni ragionevolezza, l’orchestra scaligera è irriconoscibile con le sezioni che non si ascoltano e suonano per conto proprio. Tale assenza di omogeneità coinvolge a tratti anche il coro e si inserisce in una sincronia fra buca e palcoscenico spesso precaria. I numerosi tagli e altri vezzi, definiamoli così, appartengono ad una tradizione che non ci sentiamo di condividere. Le cose a dire il vero vanno decisamente male nel primo atto e nel corso della recita forse migliorano ma anche laddove i cantanti fanno bene o addirittura eccellono l’intervento pesante dell’orchestra nelle code toglie all’ascoltatore la voglia di applaudire.

I cantanti, dicevamo. Si tratta certamente del punto di forza dello spettacolo. Leo Nucci lo conosciamo bene ed egli, sapendolo, canta esattamente come il pubblico si aspetta. Il modo di porgere le frasi, fin dal recitativo, è un marchio che contraddistingue il suo canto da quello di chiunque altro e costituisce uno dei suoi punti di forza. La voce poi è ancora vigorosissima così come la travolgente capacità scenica di calamitare l’attenzione del pubblico. Gli si può forse rimproverare qualche attacco non sempre in maschera e la tendenza, forse dovuta alle indicazioni della regia, a delineare un Nabucco decisamente pazzo, a tratti in modo eccessivo. Raggiunge però l’apice della sua performance proprio nel finale con l’invocazione solenne Sorga al nume tempio novello.
Eccellente cantante è anche Anna Pirozzi, che avevamo già apprezzato ne I due Foscari della scorsa stagione. Il suo canto è morbido, la tecnica ottima nelle legature così come nei passaggi di agilità. La voce si schiaccia leggermente nell’acuto ma è sempre ben controllata. I tempi dilatati di Santi forse non la aiutano ma le danno occasione di mettere in mostra mezzevoci sostenute da ottimi fiati. Probabilmente il ruolo di Abigaille non è perfettamente nelle sue corde, non per tecnica ma per piglio drammatico: la Pirozzi delinea un personaggio piuttosto dolente e remissivo tanto che i momenti in cui appare più convincente sono l’aria di apertura del II atto Anch’io dischiuso un giorno e l’intervento nel finale IV.
Ruolo fondamentale nell’opera lo riveste Zaccaria, il carismatico sacerdote che guida e conforta il popolo di Giuda. Purtroppo la prova di Mikhail Petrenko non è stata all’altezza di quella dei colleghi. Indubbiamente il basso possiede un mezzo solido dal timbro scuro. Tuttavia vi è un che di sinistro, di graffiante nella sua voce che si presta certamente meglio ad altri ruoli di basso verdiano ma meno bene a Zaccaria, appunto. Il cantante poi a fronte di un registro grave pieno, nell’acuto presenta meno sicurezza vocale. Nel complesso poi il fraseggio appare meno incisivo, ma certo il paragone con Nucci sarebbe impegnativo per chiunque.
Chi invece fraseggia in maniera perfetta è Annalisa Stroppa nei panni di Fenena. Il mezzosoprano, già altre volte applaudito al Piermarini, si ritaglia uno spazio da protagonista nel pur limitato ruolo. Negli interventi corali la sua voce è sempre ben presente e quando interviene sola lo fa con una precisione e un’espressività invidiabili.
Meno bene fa Stefano La Colla: è un tenore dal timbro gradevole e di voce generosa ma dovrebbe aver un maggior controllo del canto. Qualche portamento di troppo e salite all’acuto prese da sotto sono poco piacevoli.
Citiamo poi gli ottimi comprimari che completavano il cast: Giovanni Furlanetto, Gran Sacerdote, canta con voce un po’ nasale ma adatta alla malvagità del ruolo; Oreste Cosimo e Ewa Tracz sono due soddisfacenti Abdallo ed Anna.

Come avrà capito il lettore, si è trattato uno spettacolo di difficile qualificazione: da un lato un cast di livello adeguato e dall’altro una regia, come spesso capita, priva di idee e inutilmente pretenziosa e una direzione di scarso valore.

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