Una pretenziosa Cenerentola al Sociale di Como

Direttrice Lin Yi-Chen
Regia Arturo Cirillo
Scene Dario Gessati
Costumi Vanessa Sannino
Light designer Daniele Naldi
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina

Coro OperaLombardia
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Don Ramiro Ruzil Gatin
Dandini Clemente Antonio Daliotti
Don Magnifico Vincenzo Taormina
Clorinda Eleonora Bellocci
Tisbe Elena Serra
Angelina Cecilia Molinari
Alidoro Alessandro Spina

Torniamo al Teatro Sociale di Como dopo l’inaugurazione della stagione lirica a settembre con Ettore Majorana, opera contemporanea in prima assoluta sulla misteriosa sparizione del fisico siciliano. Ne usciamo un po’ perplessi dopo una rappresentazione del capolavoro rossiniano caratterizzata da tante, talune buone, intenzioni che tuttavia non hanno visto una compiuta realizzazione all’atto pratico. Ci riferiamo soprattutto alla regia di Arturo Cirillo e la direzione della giovane Lin Yi-Chen.

La messinscena parte da una impostazione antirealistica, tra il fiabesco e il surreale, che coinvolge i bizzarri e divertenti costumi di Vanessa Sannino, la recitazione e parte delle scenografie — gradevole la tappezzeria con decorazioni fito e zoomorfe che campeggia nel palazzo del principe. Accanto a una impostazione tutto sommato tradizionale, si inseriscono quattro servi muti che intervengono alle dipendenze dei personaggi per veder realizzati i desideri o comandi di questi. Lo spettatore che ha assistito alla Cenerentola romana di Emma Dante dello scorso anno non può che notare i forti richiami a quello spettacolo (nei costumi e i mimi appunto, ma anche nella carrozza e nell’atmosfera complessiva); allo stesso modo una serie di altre trovate pseudo-originali ricordano regie già viste: ci ha convinto il coro che compare in un ‘loggione’ che si affaccia sulla scena (vedi Giovanna d’Arco che inaugurò la stagione scaligera) ma meno lo scomparire della scenografia con quinte a vista nel finale (vedi Otello di Rossini e Don Giovanni per la regia di Carsen, entrambi spettacoli visti a Milano). Insomma tante idee messe insieme per uno spettacolo piacevole ma alla lunga un po’ stucchevole.

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Coraggio e determinazione apprezzabile negli intenti ma meno nei risultati ha dimostrato anche Lin Yi-Chen. Almeno a nostro modo di vedere, la direttrice — sì, siamo fra chi declina sempre al femminile i sostantivi — si ispira nel modo di dirigere Rossini a quanto ha fatto Riccardo Chailly ne La Gazza ladra in Scala: una direzione energica, precisa nei tempi e corposa nelle dinamiche, una direzione che lascia ben poco spazio alle voci e che sottolinea gli aspetti più drammatici, nel senso di tensione teatrale, della musica rossiniana. Tuttavia se queste sono le analogie e ricordando come avevamo espresso perplessità anche in quell’occasione, c’è anche da dire che la Chen non ha certo a disposizione l’orchestra del Teatro alla Scala e che Cenerentola non è Gazza Ladra. Anche a non voler menzionare qualche nota mancata dai legni qua e là, l’intevento degli ottoni è sempre pesante ed eccessivo. Inoltre in tutte le parti concertate il volume orchestrale tende a coprire le voci e in non pochi casi si è verificato qualche scollamento con il palcoscenico. Fortunatamente nel secondo atto è andata decisamente meglio che nel primo in una complessiva ricerca di un maggior equilibrio ma che le parti più riuscite sono state le due pagine orchestrali — la Sinfonia iniziale e il Temporale che precede il finale II — la dice lunga.

I cantanti, che secondo la nostra sensibilità dovrebbero essere sempre protagonisti, non risultano certamente agevolati. Angelina era la bravissima Cecilia Molinari: il mezzosoprano possiede un timbro caldo e morbido, una voce omogenea nei registri e precisa nelle colorature e un fraseggio sempre espressivo. Clemente Antonio Daliotti è un baritono dalla voce importante che in futuro potrà forse guardare a ruoli più impegnativi ma che per ora giustamente interpreta la parte di Dandini con prudenza e buona espressività. A fronte di fiati un po’ corti, sono una maggiore esperienza e la precisione encomiabile nelle agilità i punti di forza di Alessandro Spina (Alidoro). Ruzil Gatin, a fronte di un registro acuto dove sfodera un volume strabordante — stupisce addirittura nelle variazioni di Sì, ritrovarla io giuro con un acuto ribattuto —, ha però nel resto della voce ancora da lavorare per acquisire omogeneità di emissione e fraseggio più convincente. Vincenzo Taormina ha dato a Don Magnifico una voce simpatica ma è certamente stato il più penalizzato dalla direzione nelle sue tre celebri arie, ove le parti sillabate e i finali erano soverchiati dall’orchestra. Completavano il cast Eleonora Bellocci, una Clorinda che è riuscita a strappare risate e applausi nella sua aria poco prima del finale II, ed Elena Serra, una Tisbe da timbro un po’ grezzo.

Al di là della complessiva riuscita del singolo spettacolo, fa piacere riscontrare come il teatro di Como conservi un affezionato pubblico che non manca mai di riempire il Sociale.

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