“Mi manca la voce”: Stupisce l’ultima recita del Mosè in Egitto al San Carlo

MOSÉ IN EGITTO

Musica di Gioachino Rossini
Azione tragico-sacra in tre atti
Libretto di Andrea Leone Tottola, dall’Antico Testamento e dal dramma di Francesco Ringhieri, Osiride.
Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo, 5 marzo 1818

Direttore: Maurizio Agostini
Regia: David Pountney
Scene: Raimund Bauer
Costumi: Marie-Jeanne Lecca
Luci: Fabrice Kebour
Assitente alla Regia: Polly Graham

Interpreti

Faraone, Alex Esposito
Amaltea, Christine Rice
Osiride, Enea Scala
Elcìa, Carmela Remigio
Mambre, Alisdair Kent
Mosè, Giorgio Giuseppini
Aronne, Krystian Adam
Amenofi, Lucia Cirillo

Allestimento della Welsh National Opera
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo

Recita del 20.03.2018

La sala è avvolta dalle tenebre, l’orchestra suona al buio e la musica circonda il pubblico bendato dall’oscurità del teatro, inebriato dalle note di Rossini. Immancabile lo squillo di cellulare che per un attimo fa distogliere l’attenzione dall’introduzione; il coro però, complice forse il buio non si può dire fosse perfettamente a tempo, peccato. Il buio è un inizio d’effetto dal punto di vista registico anche perché all’arrivo di Mosè ecco squarciarsi questo alone di mistero con l’immensità della luce divina. Un bagliore accecante ci mostra un Egitto spaccato: due enormi quadrati di roccia, uno blu ed uno rosso, rappresentano rispettivamente il popolo ebraico, che tende sempre le mani al cielo e si affida alla spiritualità, e il popolo Egizio che invece è rosso come il sangue, come la forza, come la terra che si richiude su se stessa. Questa dicotomia delinea i tre atti: nonostante l’elemento scenico sia unico, l’insieme non risulta mai monotono, anzi, la scenografia di Raimund Bauer, nella sua semplicità è profondamente innovativa. Complici anche i costumi di Marie-Jeanne Lecca che acuivano le differenze tra i due popoli utilizzando diverse sfumature di colori caldi per gli Egizi e colori freddi per gli Ebrei.

Queste tenebre iniziali sono una delle piaghe inflitte agli Egizi dal Dio degli Ebrei che ancora non vede il suo popolo libero dalla schiavitù. La storia d’amore non manca; anzi è il vero motore della storia: Osiride, il figlio del Faraone è infatti segretamente sposato con l’ebrea Elcìa, vuole quindi impedirne in ogni modo la partenza, aiutato in questo dal terribile consigliere Mambre. Il loro amore viene infine scoperto, Osiride osa sfidare Mosè tentando una fuga con Elcìa ma un’altra piaga si verifica: con l’uccisione di tutti i primogeniti anche Osiride muore fulminato dal Dio. Alla fine del terzo atto gli Egizi fuggono attraverso la storica apertura del Mar Rosso. L’ idea registica vuole però che durante il coro finale ci sia un’ abbraccio ideale tra le due fazioni che, come flutti marini, si mescolano e fondono.

La musica di Rossini, inutile dirlo, è meravigliosa ed è ben valorizzata dalla bacchetta di Maurizio Agostini che solo per il 20 marzo ha diretto al posto dell’eccentrico Stefano Montanari. L’orchestra si muove benissimo, ha il giusto peso pur lasciando, come dovuto, ampio spazio alle voci che si librano entro questo tappeto sonoro perfetto. Ben riusciti anche i recitativi accompagnati che spesso risultano uno scoglio non indifferente

La compagine vocale è stata davvero soddisfacente a partire dall’Elcìa di Carmela Remigio. Interpretazione fantastica, era un tutt’uno tra corpo e voce; così disperata a tratti, da farmi supporre che alcuni attacchi emessi con un fil di voce, come sfibrati, fossero studiati appositamente per delineare le fattezze del personaggio. Notevole l’aria del secondo atto “Porgi la destra amata” dallo spiccato lirismo e interpretata con una rassegnata dolcezza mista ad un non so che di autorevolezza nelle agilità. Altra bella prova è stato il duetto con l’Amenofi di Lucia Cirillo; le loro voci ben si fondono facendoci assaporare questo piccolo quanto prezioso cammeo di belliniano respiro. Particolarmente riuscite poi le colorature nel finale secondo della virtuosistica aria “È spento il caro bene”. Altro protagonista d’eccezione si è rivelato Enea Scala, incallito interprete rossiniano, nei panni di Osiride. Acuti funambolici e agilità martellanti durante il duetto con il Faraone “Parlar, spiegar non posso”. Bello il timbro e vocalmente molto sicuro è stato giustamente apprezzato dal pubblico alla fine del duetto con Elcìa “Ah, se puoi così lasciarmi”. Alex Esposito, vero e proprio animale da palcoscenico è un Faraone spietato e diabolico; è come se gli fosse rimasto attaccato qualcosa del suo Mefistofele di Berlioz recentemente interpretato a Roma per l’inaugurazione della nuova stagione 2017-2018. Ha una voce ipnotica, sempre a proprio agio, non si lascia intimorire da nessuno, è perfetto per l’aria “Cade dal ciglio il velo” grazie allo sfoggio di lunghi fiati, particolari dinamiche e cambi di volume accuratamente studiati. Ottima anche l’Amaltea di Christine Rice, che sfoggia rapidissime agilità nella sua complessa aria con coro “La pace mia smarrita”. Aronne è Krystian Adam che, avendo un timbro più chiaro di Enea Scala, contribuisce a rendere i pezzi d’assieme più variegati e godibili. Il Mosè di Giorgio Giuseppini fa il suo dovere senza strafare così come il Mambre di Alisdair Kent. Uno degli altri protagonisti sarebbe il coro che purtroppo vanifica la sua preparazione canora con movimenti registici che non gli si addicono. Non perché registicamente sciocchi ma perché incompatibili con la totale incapacità di movimento che ha questa massa di persone che, triste a dirsi, da ferme risultano sicuramente più efficaci.

Non si poteva chiedere di meglio che iniziare i festeggiamenti per i 150 anni dalla morte di Rossini con un capolavoro musicale di questa levatura, un’ opera che sicuramente vorremmo vedere rappresentata di più.

Il quartetto del secondo atto “Mi manca la voce” è di certo il momento musicalmente più alto dell’opera, tanto da essere paragonato dallo scrittore Honoré de Balzac al finale del Don Giovanni di Mozart, ritenuto perfetto. Qui si nota appieno il genio di Rossini, dal dramma plasma le emozioni dei singoli personaggi che staccandosi dalla partitura prendono vita propria, non più stereotipi ma singoli individui, stralci di quell’umanità che poi ritroveremo in Verdi e ancor più negli autori del verismo, emerge qui in una purezza quasi monteverdiana, una dolcezza nella mestizia che fa commuovere ed esalta la musica di Rossini alle più alte vette nella storia dell’opera.

Concludo con una breve impressione dello scrittore francese all’ascolto del Mosè tratta dal libro Massimilia Doni:

Sembra che innalzandosi verso i cieli, il canto di questo popolo uscito dalla schaivitù incontri canti discesi dalle sfere celesti. […] Il genio di Rossini ci porta ad altezze prodigiose. Da lì, noi scorgiamo una terra promessa dove i nostri occhi carezzati da luci celesti si perdono senza trovarvi orizzonti

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