Perle emiliane: Gioconda e Devereux per due giganti della lirica di oggi

Questo inizio di primavera ha riservato grandi soddisfazioni per l’appassionato che, spinto dalla curiosità e dalla voglia mai sopita di rappresentazioni, si sia spinto fuori città e si sia recato prima a Piacenza e poi a Parma.

La scorsa domenica nella città adagiata sulle rive del Po, là dove comincia l’Emilia, l’evento era costituito dalla rappresentazione de La Gioconda di Amilcare Ponchielli, compositore che ha vissuto la sua formazione proprio in queste terre fra Cremona e Piacenza e per questo omaggiato dalla preziosa stagione del Teatro Municipale.
L’allestimento di Federico Bertolani era piuttosto povero nelle scenografie con esiti estetici altalenanti ma la scelta di una saggia e ponderata adesione al libretto con ambientazione tradizionale ci pare assolutamente condivisibile, specie in drammi come questo che vengono raramente rappresentati e sono storicamente connotati. La brillante e vigorosa direzione di Daniele Callegari coordinava con efficacia la valida Orchestra dell’Emilia Romagna e un cast di assoluto valore; valore che stupirebbe nei teatri delle grandi città italiane ma che ha dello straordinario in teatri meno celebri. Francesco Meli debuttava nel ruolo di Enzo e se sarebbe inutile lodarne la bellezza vellutata del timbro e l’espressività nel fraseggio, basti dire che anche in questa occasione si è distinto per eleganza e ricchezza di dinamiche e acuti sempre gloriosi, regalandoci un Cielo e mar da manuale. Sempre a Piacenza l’anno passato avevamo ascoltato Saioa Hernández, protagonista della giornata, in un altro ruolo ugualmente impegnativo (era Wally nell’opera di Catalani) e la ritroviamo qui in forma smagliante. La sua Gioconda calamita l’attenzione dello spettatore e lo lascia con il fiato sospeso per tutta la durata dello spettacolo. Dopo un primo atto un po’ rigido, trova una morbidezza nel legato, una pienezza ed omogeneità nei registri, compreso il grave, e una espressività che è dato ascoltare davvero di rado. Anch’ella conclude gloriosamente cantando senza imperfezioni la celebre scena del suicidio. Speriamo di sentirla presto in altri teatri italiani! Accanto a loro, piuttosto soddisfacenti anche le prove di Sebastian Catana e Anna Maria Chiuri. Il baritono, annunciato indisposto, possiede voce corposa e graffiante anche se non sempre ben governata ma adatta nel delineare un personaggio così crudele e cinico come Barnaba. Il mezzo della Chiuri invece è certamente più morbido e controllato ma l’abbiamo trovata periclitante della salita all’acuto e non sempre in equilibrio con gli altri cantanti. Ottima la prova di Agostina Simimmero nei panni della Cieca, contralto dalla voce scura e profonda.

Dopo avere assistito a questo primo trionfo, non abbiamo dovuto attendere molto per partecipare entusiasti ad una serata, salutata da applausi ancor più scroscianti.
Parlo di quello che è diventato un vero e proprio evento per gli appassionati di canto di tutta la penisola: l’addio alle scene (o quasi, canterà Norma a Venezia) di Mariella Devia, vera regina in occasione delle recite del Roberto Devereux di Donizetti al Regio di Parma.
L’opera non è certamente delle più raffinate dal punto di vista musicale ma forse questa povertà e prevedibilità nell’accompagnamento musicale e nella trama — Donizetti la compose in un periodo di frenetica attività — ha fatto sì che tutta l’attenzione si concentrasse proprio su questa Elisabetta così straordinaria.
Dobbiamo confessare che data la nostra giovane età non avevamo mai avuto occasione di ascoltarla dal vivo ma fin dalle prime frasi di recitativo ci ha stupito l’incisività della parola cantata, l’attenzione a ogni sillaba mai lasciata al caso ma come scolpita nelle orecchie dell’ascoltatore. Nelle parti cantabili dei brani quello che si apprezza di più è la ricchezza delle messe di voce e la purezza di un canto sempre legato, sempre controllato che senza eccessi o sforzi riesce a riempire il teatro. E poi ci sono le cabalette di Donizetti che sono però affrontate con garbo e moderazione di concerto con il direttore Stefano Rolli. Le colorature sono misurate, sempre piegate all’espressività e sempre cantate con perfetto sostegno del fiato che lega le note l’una alle altre in un susseguirsi di prove di abilità che si conclude con il brano più celebre dell’opera (Quel sangue versato), terminato con un travolgente Reb.
Il resto del cast non era solo un contorno ma Sonia Ganassi, Stefan Pop e Sergio Vitale si sono distinti per saggezza ed eleganza interpretativa.
Il Roberto Devereux di Sebastiano Rolli, a cui era affidata la guida dell’Orchestra dell’opera italiana, non è un Donizetti tutto variazioni, puntature e cabalette staccate con tempo incalzante. Ha diretto l’opera con misura ed equilibrio con il palcoscenico senza cercare effetti speciali nelle dinamica o nell’agogica ma prediligendo lettura omogenea.
La regia di Alfonso Antoniozzi riprendeva elementi scenici e impostazione della Maria Stuarda vista a Genova con cui infatti la trilogia delle Regine è coprodotta. Tuttavia la versione del Devereux era epurata dagli elementi più macchiettistici e surreali mantenendo l’impronta da teatro elisabettiano.
L’ultima nota riguarda il pubblico che ha partecipato con esuberanza, tributando il primo applauso a Mariella Devia alla sua prima apparizione, noncurante del sottofondo musicale, e concludendo con grida di acclamazione che sono proseguite per diversi minuti. Una di quelle serate che si dimenticano difficilmente!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...