A Genova va in scena la Lucia di Bocelli

Teatro Carlo Felice, Genova, 3 giugno 2018

Direttore d’Orchestra Andriy Yurkevych
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro Franco Sebastiani

Regia Lorenzo Mariani
Assistente alla regia Christian Rivero
Scene Maurizio Balò
Costumi Silvia Aymonino
Assistente ai costumi Vera Pierantoni Giua
Luci Linus Fellbom
Videomaker Fabio Massimo Iaquone, Luca Attilii

Nuovo allestimento in coproduzione Fondazione Teatro Carlo Felice – Fondazione Teatro Comunale di Bologna –ABAO-OLBE di Bilbao

Lucia Zuzana Marková
Edgardo  
Andrea Bocelli
Enrico  Stefano Antonucci
Raimondo Mariano Buccino
Arturo Marcello Nardis
Alisa Carlotta Vichi
Normanno Didier Pieri

Nella storia delle rappresentazioni teatrali succede spesso che alcuni spettacoli, a loro modo ‘memorabili’, vengano ricordati con il nome vuoi del regista, vuoi del direttore, vuoi di un cantante: La Cenerentola di Ponnelle o l’Aida di Zeffirelli, il Simon Boccanegra  di Abbado o il Così fan tutte di Cantelli e ancora La Traviata della Callas o l’Otello di Del Monaco.

E come definire allora questa produzione genovese se non la Lucia di Bocelli? E non si scompongano i custodi della tradizione del belcanto, non vuole certo essere un raffronto qualitativo. Si vuole semplicemente dire che l’unico elemento di curiosità ed interesse, in un quadro abbastanza desolante, era proprio la presenza in cartellone del vituperato quanto altrove acclamato tenore pop. Siamo stati a teatro proprio per permetterci di poter dare un giudizio fondato sul cantante e lo facciamo ora cercando di dimenticare gli schiamazzi di tanti presunti appassionati che inondano i social sulla base di pregiudizi aprioristici.

Ma lasciamo ora Bocelli e occupiamoci di chi il mestiere lo svolge a tempo pieno. Ebbene, con l’eccezione della protagonista, abbiamo assistito ad una recita davvero deludente. La regia di Lorenzo Mariani trasportava inutilmente la vicenda nella prima metà del 900, senza che la scelta arricchisse minimamente la lettura dell’opera; non possono bastare costumi piacevoli e sfondi video suggestivi a colmare le mancanze macroscopiche della messinscena. I cantanti si muovevano costantemente in modo meccanico, anti realistico e con rarissime quanto scontate interazioni fra loro, il coro era condannato ad una fissità perenne — ne è un esempio la scena della pazzia —, Lucia oltre a fumare qua e là e a ricomparire impiccata nel finale non faceva, Enrico nel duetto con la sorella prima la schiaffeggia e poi tenta di violentarla in modo del tutto fuori luogo rispetto al contesto; per assurdo l’Edgardo di Bocelli, con i suoi ovvi limiti, risultava il più credibile, per lo meno perché privo della gestualità ripetitiva ed insignificante da cantante d’altri tempi.

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Ugualmente insignificante ci è parsa la direzione di Andriy Yurkevych, che avevamo già ascoltato a Genova con analoghe riserve lo scorso anno in Maria Stuarda. Il maestro si limita a seguire acriticamente i cantanti, concedendo tempi tanto dilatati da metterli in difficoltà, rallentando e accelerando senza ragioni musicali o drammatiche e cagionando frequenti scollamenti nei tempi fra buca, orchestra e coro, su cui sarà meglio soprassedere. Basteranno gli esempi del sestetto o della conclusione del duetto del II atto fra Lucia ed Enrico a testimoniare l’assenza di quell’amalgama di suono che le parti richiederebbero.

Chi si è ben difesa fra i cantanti è Zuzana Marková nei panni della protagonista. Si tratta di un soprano di coloratura a cui però non difetta un certo spessore vocale anche nel registro medio. Troviamo nel suo repertorio passato o del prossimo futuro Elvira, Gilda, Violetta (al Massimo di Palermo e nel prossimo settembre a Firenze) e Lucia che aveva già cantato in Italia a Venezia. Certo si potrebbe lavorare ancora un po’ sull’espressività e cesellare meglio qualche passaggio di coloratura ma certamente esce vincente dalla scena della pazzia e risulta complessivamente piacevole nel timbro e nella cura delle linee vocali.

Enrico era interpretato in modo eccessivamente approssimativo da Stefano Antonucci. Il baritono possiede una voce, salvo qualche debolezza nell’acuto, tutto sommato solida e dal colore sufficientemente brunito. Tuttavia, complice la regia, non rende giustizia al personaggio: con un modo di porgere le frasi poco attento, attacca i suoi brani con grande impeto per poi perdere velocemente in volume e precisione. Mariano Buccino (Raimondo) fa sfoggio di un mezzo vocale voluminoso e scuro come si addice ad un basso, anche se non sempre ben governato. Sufficienti le prove di Normanno (Didier Pieri), anche se l’introduzione con la complicità di direzione e coro è risultata molto debole, e Alisa (Carlotta Vichi), da dimenticare l’Arturo di Marcello Nardis (quando un teatro scritturerà un buon tenore per questa parte sarà sempre troppo tardi).

Non ci resta che tornare a parlare di Andrea Bocelli, che come dicevamo senza giri di parole rappresenta il vero motivo di interesse della rappresentazione. Egli ha dimostrato sicuramente di esseresi preparato a questo debutto con un grande studio della parte: la sua performance stupisce perché dimostra piena consapevolezza e padronanza del testo che canta, l’attenzione alle parole e al fraseggio è massima e questo rappresenta un innegabile punto di forza, che — tanto per dire — manca ai suoi compagni di avventura (so che chiamarli colleghi scandalizzerebbe i più…). Certo bisogna riconoscere che la voce è molto tenue e chiara e salendo nel acuto si assottiglia ulteriormente. Si aggiunga che i fiati, ad eccezione delle note tenute, sono piuttosto brevi. Tuttavia l’impostazione è uniforme in tutti i registri e non comporta un cambiamento continuo della posizione della voce, come talvolta si sente dire. Questo gli consente di cantare in modo lineare e pulito tutta la parte, anche laddove appare meno a suo agio. I momenti più convincenti si sono rivelati l’attacco del sestetto in cui rivaleggiava alla pari con Antonucci e la prima parte della grande scena finale in cui sono emersi tutti i pregi di cui si è detto, mentre nella cabaletta molte debolezze sono venute a galla.

Oltre a dar conto dell’entusiasmo con cui il pubblico domenicale ha accolto i cantanti, concludiamo ribadendo che livori e pregiudizi non sono sufficienti per bandire nessuno dai teatri d’opera e che ciascuno va giudicato proprio per ciò che sul palco dimostra di saper offrire al pubblico.

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