Bellini e la Scala, un raro e felice incontro

12 luglio 2018, Teatro alla Scala

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Nuova Produzione del Teatro alla Scala in coproduzione con il Teatro Real di Madrid e la San Francisco Opera

Direttore Riccardo Frizza
Regia Emilio Sagi
Scene Daniel Bianco
Costumi Pepa Ojanguren
Luci Albert Faura

Imogene Sonya Yoncheva
Gualtiero Piero Pretti
Ernesto Nicola Alaimo
Itulpo Francesco Pittari
Goffredo Riccardo Fassi
Adele Marina de Liso

Chi scrive ha 21 anni e frequenta abitualmente i teatri d’opera da qualche anno: per questa ragione pensavo fosse un mio personale limite non ricordare rappresentazioni recenti di opere di un tal Vincenzo Bellini nel teatro più celebrato del mondo, di cui andiamo giustamente orgogliosi.
Ebbene, consultato il ricchissimo archivio online, apprendo invece con rammarico misto ad imbarazzo che non si trattava di una mia mancanza: l’ultima rappresentazione di un titolo del catanese (Beatrice di Tenda, dir. Palumbo con Devia nel ruolo eponimo) risale al 1 aprile 2004 e nell’intero nuovo millennio si annovera solo una Sonnambula del gennaio 2001 per un totale di 12 recite in 17 anni. Se guardiamo agli anni 90 troviamo solo un’altra stagione con Beatrice di Tenda nel 1993, per altro nello stesso spettacolo di Pier’Alli ripreso nel 2004. Due titoli in 30 anni: non male!
E sapete nello stesso periodo quante volte sono stati proposti titoli di Richard Strauss? 14. E di Wagner? 21. Britten? 6. Berg e Janácek? 5 titoli ciascuno.
A costo di essere accusato di provincialismo, di ristrettezza di vedute musicali o di appartenere alla neonata (o sempre esistita) categoria dei #melomanimedi, mi permetto di dire che è inutile riempirsi la bocca con affermazioni a sostegno della riscoperta del repertorio italiano o simili spropositi se poi questi sono i risultati.
Mi chiedo ora quanto dovremo aspettare per rivedere sulle scene Bellini, per Strauss non ho dubbi: ci aspettano tre titoli nell’arco di un anno!
A fronte di questa tendenza ben poco benevola nei confronti del panorama del primo ottocento, è da salutare con duplice entusiasmo la messinscena di uno dei capolavori di Bellini, quale Il Pirata certamente è.
L’entusiasmo è dovuto anche al buon livello dello spettacolo sul versante musicale, mentre le note dolenti ancora una volta si riscontrano sul fronte registico.

Partendo proprio dalla messinscena di Emilio Sagi, il problema non è il tentativo di attualizzazione dello spettacolo in sé ma la sua inutilità. Far muovere Imogene, Gualtiero ed Ernesto in uno spazio unico specchiato a metà fra una nave di Star Wars e il Maxxi di Zaha Hadid non ha un gran senso, soprattutto se il tutto è accompagnato da una gestualità tutto sommato ordinaria e da una caratterizzazione dei personaggi superficiale. L’unica scena che induce qualche suggestione è la pazzia finale in cui la protagonista si agita, avvinta ad un enorme telo nero che alle sue spalle fa da sfondo al palcoscenico. Un po’ troppo poco per un titolo che mancava dalla fine degli anni 50!

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La direzione musicale era affidata a Riccardo Frizza, a cui è stata recentemente affidata la guida del Donizetti Opera Festival e che si dedica abitualmente al repertorio italiano di inizio ottocento. La prova non si può dire fallimentare ma nemmeno pienamente soddisfacente. Il Maestro accompagna i cantanti con attenzione, con qualche lentezza qua e là ma senza mai compromettere lo scorrere omogeneo del discorso musicale. Tuttavia dalla buca del teatro faticano ad uscire i colori e quel tessuto musicale che la drammaticità e la tensione di numerosi passaggi avrebbero richiesto.

Bellini non si può rappresentare senza ottimi cantanti e fortunatamente l’altra sera non mancavano. C’era grande attesa per il debutto di Sonya Yoncheva come Imogene e l’acclamato soprano bulgaro non ha deluso. La voce in teatro è ricca di armonici e sempre ben proiettata, anche nelle mezzevoci e nei pianissimi. Scendendo al grave la voce inevitabilmente si scurisce ma non perde di sostanza e l’acuto è sempre sicuro e sfolgorante. Le numerose colorature ed agilità di cui è cosparsa la parte sono risolte non con la precisione della belcantista di professione ma con la morbidezza di chi sa cantare anche Verdi e Puccini. Un piccolo appunto che possiamo muoverle e che la accomuna a tanti cantanti che frequentano soprattutto i teatri stranieri è il seguente: il canto è sempre proteso alla ricerca di un bel suono a costo di trascurare il fraseggio e l’espressività che viene dalla parola. Questo difetto si fa sentire soprattutto in un primo atto piuttosto piatto da questo punto di vista, mentre gli accenti si fanno più sicuri dopo l’intervallo e nella magistrale scena finale.
Di pari livello abbiamo ascoltato la prova di Piero Pretti, il Gualtiero della serata. Lo avevamo già ascoltato nella sfortunata produzione di Anna Bolena dello scorso anno e non possiamo che rinnovare gli elogi. La sua vocalità ben si presta a coniugare attenzione agli abbellimenti complessi e frequenti ad uno slancio appassionato ed eroico. Non gli manca lo squillo e completa la prestazione con una buona presenza scenica.
Nicola Alaimo, baritono con esperienza nei ruoli di inizio 800, incarna un Ernesto un po’ opaco, seppur sempre preciso e in stile. Non lo aiutano una regia inesistente e una direzione eccessivamente lenta nella scena di esordio alla fine del primo atto. Le cose vanno meglio nel secondo ove ha la possibilità di fare sfoggio di un gran controllo del mezzo vocale e una duttilità difficile da trovare in tanti altri baritoni.
Completavano il cast con omogeneità Francesco Pittari (Itulbo), Riccardo Fassi (Goffredo), Marina de Liso (Adele).

Nel complesso possiamo quindi dire che si è trattato di una produzione riuscita e non possiamo che sperare che il Teatro milanese torni a frequentare Bellini con maggior spazio nei cartelloni. Quanto al pubblico, si sa che a luglio in tanti si dimenticano del teatro ed è un peccato perché l’occasione era preziosa.

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