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Anteprima di Andrea Chénier in Scala, in attesa di Sant’Ambrogio

Da poco conclusasi la stagione 2016/2017 con una nuova opera commissionata a Salvatore Sciarrino, già è tempo di inaugurazione in vista dell’anno che verrà. Riccardo Chailly, nel suo percorso di ripresa di titoli italiani che hanno avuto la loro prima rappresentazione nel teatro milanese, ha scelto per quest’anno Andrea Chénier, opera chiave nel passaggio di fine secolo fra opera tardoromantica e verista. Su un ottimo libretto di Illica, il capolavoro di Giordano narra la vicenda del poeta Chénier: egli è in un primo momento sostenitore della rivoluzione francese ma è poi coinvolto fra odii e gelosie in un vortice di eventi che lo porterà dinnanzi ad un tribunale popolare per uscirne condannato a morte. Nella conclusione riecheggia addirittura, anche se secondo una sensibilità tutta italiana, il tema della ineludibile commistione di amore e morte che era già stato colonna portante di Tristan und Isolde di Richard Wagner.
Opera storica dunque ed anzi opera fortemente connotata dal contesto storico degli anni parigini della rivoluzione dal 1789 fino al terrore giacobino del 93. Opera le cui rivisitazioni registiche in chiave attualizzante rischiano davvero di devastarne lo spirito.
È certamente da questo assunto che parte l’idea registica di Mario Martone, artista che non ha bisogno di presentazioni e di cui richiamiamo solo il suo audace quanto riuscito precedente scaligero: sempre di Giordano aveva messo in scena La cena delle beffe nella Little Italy mafiosa anni ‘20. Possiamo dire che in vista di questo sette di dicembre è stato decisamente più cauto, tanto forse da lasciare un pochino delusi coloro che si aspettavano trovate particolarmente originali.
L’idea del suo teatro d’opera ormai da anni è quella di non costringere i singoli numeri musicali in contenitori chiusi ma di lasciar fluire l’azione scenica in un continuum che vede l’unica necessaria sospensione nell’intervallo.
Per fare questo con la collaborazione della scenografa Margherita Palli ha montato la scenografia su una piattaforma girevole grande quanto il palco che permetteva proprio di scoprire continuamente nuovi ambienti e nuove prospettive degli stessi senza interrompere lo spettacolo.
Se i costumi di Ursula Patzak erano curati nei minimi dettagli e di grande effetto rievocativo dell’ambiente tardo settecentesco — stupenda la massa corale disposta un una gradinata mentre assiste al processo nel III quadro —, la scenografia era invece molto ricercata ma non certo opulenta. Anzi per la prima parte del secondo quadro e il quarto un basso edificio diviso in celle si stagliava su uno sfondo nero ed anche la stanza del III atto in cui Gerard riceve l’Incredibile e Maddalena ci è parsa un tantino scarna. Ci aspettavamo qualcosa in più anche sul versante della recitazione e dell’azione scenica dei singoli cantanti, anche a fronte di ottime prove date da Martone in altre occasioni: ricordo le sue Nozze di Figaro esemplari da questo punto di vista. Nello spettacolo di ieri invece la recitazione sembrava molto affidata alla verve dei singoli cantanti e se Luca Salsi ed Anna Netrebko non difettano di queste doti, ci è sembrato ben poco sciolto Yusif Eyvazov, che vestiva i panni del protagonista. Richiamiamo ancora la scena del processo come il momento più riuscito dello spettacolo anche da questo punto di vista, mentre assai statica ci è apparsa la scena di festa iniziale.

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A condurre le redini del versante musicale dello spettacolo abbiamo trovato un Riccardo Chailly in un certo senso in sintonia con la pacatezza registica. Il direttore milanese, che ci ha abituato alle sue interpretazioni precise, limpide e estremamente attente alle ragioni della buca, sembra qui aver avuto un occhio di riguardo in più per i cantanti. La cosa non ci è parsa affatto negativa ma in un titolo di tardo ottocento che ben si sarebbe prestato a letture più audaci ed incisive, i maligni potrebbero dire che tale scelta sia stata consigliata dalla diva che vedeva al suo fianco il consorte.
Noi non vogliamo dare adito a tali voce e ci limitiamo a raccontare quanto ascoltato. Soprattutto nei brani più celebri il maestro ha accompagnato con eleganza e dovizia di colori i cantanti senza mai coprire le voci e lasciando loro una certa libertà. Nella conclusione del terzo quadro con la scena corale del processo davanti al Tribunale di Salute Pubblica l’orchestra ha mostrato tutte le sue potenzialità espressive.
Rompiamo ora gli indugi e soddisfiamo le curiosità di tanti appassionati: Yusif Eyvazov, marito di Anna Netrebko, non ha cantato male. Certo il tenore non ha un timbro piacevolissimo ed anzi alcuni suoni nel registro medio sono piuttosto brutti. La voce però non è piccola ed è sempre emessa con generosità, unita ad un certo controllo. Alla lunga un canto che predilige le dinamiche tendenti al forte può apparire un po’ noioso e poco sfumato come invece alcuni passaggi richiederebbero. Inoltre sebbene la dizione sia complessivamente buona, il fraseggio potrebbe essere più elegante ed espressivo. La pagina più riuscita ci è parsa la conclusiva Un bel dì di maggio in cui Eyvazov è riuscito ad emettere suoni piacevoli e pieni anche nelle mezzevoci.
Termine di paragone immediato, per evidenti ragioni, è quello con Anna Netrebko. Il soprano russo che si contendono i teatri del mondo non ha certamente perso smalto nella voce, ricca di armonici e splendidamente emessa. Rispetto all’ascolto di Giovanna d’Arco di due anni fa ha guadagnato in omogeneità nei registri, conservando sicurezza e pienezza di voce nell’acuto ma riuscendo a riempire meglio i suoni nel grave. Ci pare tuttavia che il ruolo di Maddalena non sia ancora perfettamente nelle sue corde non per vocalità ma per incisività nel fraseggio. Forse questo è dovuto ad una forma di tutela e prudenza in vista di Sant’Ambrogio ma ugualmente l’abbiamo trovata meno ammaliante ed espressiva di altre volte.
Prova che invece non esitiamo a definire superlativa è stata data da Luca Salsi nei panni di Gérard. Il personaggio, ambiguo ma ugualmente centrale nelle vicende, ne esce perfettamente valorizzato. La voce è superba per timbro e volume, il fraseggio sempre attento alla parola scenica, per dirla alla Verdi, l’interpretazione ricca di mezzevoci e sfumature senza tuttavia deficitare di robustezza negli acuti. Ed anche scenicamente il suo Gérard ci è parso il personaggio più credibile, sempre protagonista in scena e con una gestualità meno scontata di quella di Chénier, ad esempio.
Una menzione di merito va, ancora una volta, ad Annalisa Stroppa, che ha interpretato Bersi con l’accuratezza e la tenuta vocale che la contraddistingue. Ugualmente credibile L’Incredibile Carlo Bosi il cui tono insinuante e pungente ha dato corpo al terribile delatore rivoluzionario.
La locandina è ancora molto lunga ma citiamo le prove soddisfacenti e senza eccessi di Mariana Pentcheva nel primo atto (la Contessa di Coigny) e di Judit Kutasi nel terzo, a cui era affidato lo straziante ruolo di Madelon che dona il giovane nipote alla causa rivoluzionaria.

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Concedetemi ora una nota di colore sul pubblico di coetanei o poco più, tutti elegantissimi, ragazze in lungo e ragazzi in abito scuro, con cravatta e papillon d’ordinanza ma certamente poco pratici con le questioni musicali. Lo spettacolo è filato via liscio senza un applauso, nemmeno ai cambi d’atto, evidentemente per l’imbarazzo di non sapere dove applaudire. Non che lo spettacolo non sia piaciuto però: al termine un trionfo prolungato con acclamazioni e grida per diversi minuti al trio dei protagonisti, al direttore e al regista. E anche qui una piccola insinuazione: i tre cantanti si sono sempre presentati alla ribalta insieme e mai singolarmente: cosa faranno il sette? Non ci resta che aspettare ancora qualche giorno.

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Per MiTo, C.P.E. Bach e Monteverdi in un fine settimana milanese di musica sacra

Carl Philipp Emanuel Bach
Die Israeliten in der Wüste, oratorio per soli, coro e orchestra H. 775
Coro e Orchestra dell’Accademia del Santo Spirito
Ottavio Dantone, direttore
Andrea Lauren Brown (Prima donna israelita), soprano
Rahel Maas (Seconda donna israelita), soprano
Andreas Karasiak (Aronne), tenore
Thilo Dahlmann (Mosè), basso

Claudio Monteverdi
Messa a quattro voci da cappella
e altri autori
Jorghe Alberto Guerrero, violoncello
Maria Cecilia Farina, organo
Ghislieri Choir & Consort
Giulio Prandi, direttore

Dopo la prolungata pausa estiva di cui ci scusiamo con i nostri dieci lettori, torniamo per raccontare di un fine settimana milanese all’insegna della musica sacra nell’ambito del programma di MiTo, festival di musica classica fra i più vivaci della penisola che unisce le due città grazie ad una fitta rete di concerti ed iniziative e che coinvolge migliaia di musicisti, dalle orchestre di Scala e Regio fino a cori e bande amatoriali.

Diamo quindi conto di una piccolissima parte di questo settembre musicale; tuttavia questi due concerti sono legati fra loro dal genere sacro e dai luoghi: due fra le più belle chiese di Milano, Sant’Alessandro in Zebedia, chiesa barocca che si apre su una bella piazza di sapore romano fra via Torino e Corso Italia e San Marco, situata nel cuore di Brera e conosciuta dagli amanti di musica per i frequenti concerti che qui si tengono.

Il programma del concerto di sabato in Sant’Alessandro prevedeva l’esecuzione dell’oratorio Die Israeliten in der Wüste di Carl Philipp Emanuel Bach, secondogenito di Johann Sebastian nato nel 1714. Dopo aver servito per quasi una trentina d’anni come cembalista alla corte di Federico II di Prussia a Berlino, nel 1768 Bach riesce a lasciare un incarico per lui insoddisfacente sul piano creativo e si sposta ad Amburgo. Sarà proprio nel periodo amburghese che il musicista otterrà notevoli soddisfazioni anche grazie alla maggior libertà ed autonomia compositiva di cui godeva.
L’oratorio rappresentato è proprio il frutto di una delle prime commissioni ottenute ad Amburgo per l’inaugurazione della Lazarethkieche avvenuta nel novembre 1769.
Pur rimanendo fedele ai canoni del genere che imponevano l’alternarsi di arie, rigorosamente con da capo, e brani corali, Carl Philipp mostra la sua abilità nella resa degli affetti. Da questo punto di vista l’oratorio è diviso in due parti: nella prima il popolo d’Israele esprime il suo dolore per lo stato di fame in cui versa nel deserto. In questo contesto le arie delle due donne israelite, entrambi soprani, esprimono la rabbia per l’abbandono da parte della divinità, il rimpianto per i tempi della schiavitù in Egitto e lo sconforto di chi sta per morire di sete.
Le esortazioni di Aronne (il tenore Andreas Karasiak) e Mosé (il basso Thilo Dahlmann) culminano nella bella e accorata preghiera del basso che precede il miracolo: freschi, argentei fiumi zampillano e il popolo canta la propria gioia.
La seconda parte è tutta tesa all’espressione della gioia e del ringraziamento nei confronti del Signore misericordioso. Le due arie femminili sono occasione per fare sfoggio di colorature e trilli in abbondanza, virtuosismi che bene riescono ad Andrea Lauren Brown e Rachele Maas, protagoniste vocali della giornata.
La conclusione è riservata quasi unicamente al coro a cui è affidato anche un solenne corale luterano.
Il Coro e l’Orchestra dell’Accademia del Santo Spirito sono stati sapientemente diretti da Ottavio Dantone (Piero Mussino era maestro del coro, sempre corretto e a tratti vivace nei numerosi brani). Certo l’acustica chiesastica non è delle migliori ma Dantone, specialista del repertorio barocco e tardo-barocco, misura dinamiche e tempi in modo da sottolineare i contrasti propri della partitura senza tuttavia mettere in difficoltà solisti e coro.

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Ad accompagnare la Messa domenicale in San Marco invece è stato il turno di Ghislieri Choir & Consort, ensemble nato presso l’omonimo collegio di merito pavese, dedito alla musica antica e guidato dal suo direttore Giulio Prandi. È stata proposta la Messa a 4 voci da cappella di Claudio Monteverdi, opera pubblicata postuma e per cui Monteverdi scelse lo stile antico. Quello che apparentemente appare un ritorno al passato tuttavia non rinnega il Monteverdi più moderno: la fusione delle linee melodiche conferisce espressività ad un testo che rimane sempre intellegibile, come è ben esemplificato dal Credo.
La celebrazione è stata accompagnata da una selezione di altri brani: la Toccata per organo solo cinquecentesca di Claudio Merulo ha aperto la celebrazione ed è stata seguita dalla Sonata prima per violoncello solo e basso continuo (Maria Cecilia Farina all’organo e Jorge Alberto Guerrero al violoncello).
Sul versante vocale, abbiamo ascoltato Ave Maris Stella di Pietro Gnocchi e una Salve Regina di Antonio Lotti. Mentre un inedito e vivace Regina Coeli di Giuseppe Sarti ha concluso la celebrazione.
Al di là dell’indubbia qualità musicale dell’esecuzione, è davvero un piacere assistere a una iniziativa che colloca i brani nella loro destinazione originaria e la partecipazione così numerosa testimonia l’interesse per eventi di questo tipo da parte di un pubblico vario e partecipe.

Strehler e Metha per Die Enführung auf dem Serail – Teatro alla Scala

Singspiel in due atti
Libretto Christoph Friedrich Bretzner, rielaborato da
Johann Gottlieb Stephanie d. J.

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala Continua a leggere Strehler e Metha per Die Enführung auf dem Serail – Teatro alla Scala

Fra dolci e cari palpiti. Il viaggio a Reims che sbalordisce Roma!

Musica di Gioachino Rossini
Dramma giocoso in un atto
Libretto di Luigi Balocchi
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