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Sant’Ambrogio di Resistenza con Attila occupante, impressioni in anteprima

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Direttore Riccardo Chailly
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Antonio Castro
Video D-wok

Attila Ildar Abdrazakov
Odabella Saioa Hernández
Ezio George Petean
Foresto Fabio Sartori
Uldino Francesco Pittari
Leone Gianluca Buratto

Fra attese, indiscrezioni e qualche prematura polemica, siamo giunti anche quest’anno alla viglilia di Sant’Ambrogio e tutto è pronto per l’inaugurazione della stagione milanese. Noi, che nel nostro piccolo abbiamo visto l’anteprima curiosi ed emozionati come sempre, ve la raccontiamo in anticipo. Attila (1846) rientra fra le opere della prima fase compositiva di Verdi; dal punto di vista delle strutture musicali troviamo forme convenzionali in linea con la prassi dell’epoca (arie con cabaletta, romanze, duetti) e solo qua e là si aprono pagine più originali: la scena con coro presso Rio-Alto preceduta da un temporale è ottima pagina di musica descrittiva, la visione di Leone da parte di Attila costituisce un valido precedente rispetto al Macbeth dell’anno successivo quanto al tema del soprannaturale, citiamo infine l’articolato finale ultimo con la morte del protagonista per mano di Odabella spostata quasi al di fuori della struttura classica. La vera peculiarità e il punto di forza però stanno nell’intreccio e nel rapporto fra i personaggi: non vi sono buoni e cattivi e sarebbe ingenuo vedere l’opera come una celebrazione degli italiani contro il nemico oppressor. Attila è un occupante sanguinario ma allo stesso tempo è leale e riconosce il valore bellico del nemico, Odabella è una eroina tanto simile ad Attila per virtù da conquistarne il cuore, fedele però alla causa italiana, alla fine non esiterà ad uccidere colui che aveva salvato la vita a lei e al suo amato Foresto. È questo il personaggio meno riuscito: un tenore innamorato e geloso, delle cui gesta guerriere non sentiamo che l’eco. Ambiguo e bifronte è invece Ezio: si presenta ad Attila proponendogli di scendere a patti con lui, tradendo il suo imperatore ma una volta ricevuto il rifiuto sdegnoso del nemico avvia le trame per sbarazzarsene, incurante della tregua stipulata.

Davide Livermore e il suo team, amanti del kolossal e delle citazioni cinematografiche, hanno ambientato lo spettacolo durante l’occupazione tedesca in Italia nella fase conclusiva della 2a guerra mondiale, periodo storico, quello della Resistenza, che possiamo ben definire il secondo Risorgimento, perlomeno morale, italiano. L’opera si apre allora in un edificio semi bombardato con un manipolo di soldati tedeschi che si prodiga in fucilazioni sommarie (fortunatamente silenziose) e violenze fino all’ingresso in scena a cavallo del comandante Attila. Odabella è una donna orgogliosamente italiana, si oppone all’occupazione e ben presto si unirà a Foresto nelle file dei partigiani che intanto si sono riuniti a Rio-Alto. Al momento dell’aria in cui ricorda il padre ucciso, fa da sfondo un video di un campo di grano che è chiara citazione de Il Gladiatore di Ridley Scott. Ezio poi, ufficiale dell’esercito italiano, (bisogna qui riconoscere che si tratta di una imprecisione storica poiché dopo l’armistizio le nostre forze armate si disgregarono), dopo aver tentato invano l’accordo con Attila, collabora con Foresto e Odabella per uccidere il nemico e canta la sua aria fra i ruderi del foro romano. Le scene del banchetto e dell’atto finale si svolgono in un edificio dalla facciata romaneggiante riallestito dai tedeschi per le loro feste, in cui non mancano svaghi di ogni tipo. La vicenda è sviluppata con coerenza e se ovviamente alcuni cenni storici del libretto perdono di significato dobbiamo però unirci a coloro che hanno applaudito con entusiasmo il regista. Possiamo aggiungere che alle maestose scenografie, al cinematografico utilizzo delle masse in scena si è accompagnata una recitazione a tratti un po’ superficiale e scontata ma è chiaro che l’attezione del regista si è concentrata su altro. L’unica scena che poteva risultare problematica a fronte dell’attualizzazione — il monito di Leone — è stata risolta con una punta di intellettualismo, che non abbiamo dubbi sarà compreso dal colto pubblico scaligero: nel visione di Attila prende vita l’affresco di Raffaello delle Stanze vaticane, il dipinto ritrae proprio l’episodio dell’incontro sul Mincio fra il barbaro e il pontefice. Dopo il racconto del sogno a Uldino, ma come se ne fosse una prosecuzione, Leone Magno entrà in scena a cavallo proprio come nel dipinto.

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Sul podio, Riccardo Chailly torna alla direzione di un’opera verdiana dopo la Giovanna d’Arco del 2015 ma le aspettative sono andate perlopiù deluse. La concertazione, almeno fino alla stretta del duetto Foresto-Odabella, predilige tempi dilatati e toni foschi, colori cupi, concentrandosi sul dramma della guerra più che sugli elementi eroici. Il duetto Attila-Ezio nulla ha di incalzante e travolgente e forse complice la posizione rialzata dei cantanti, lontani dalla buca, ne esce un brano molto freddo, quasi noioso. Le cose vanno un po’ meglio da metà spettacolo in poi, i brani concertati sono risolti certamente con grande maestria ma più che sulla raffinatezza del suono questa volta Chailly sembra preferire puntare su volumi di forte impatto. Fa forse eccezione la scena del temporale presso il monastero in cui il direttore, con la magistrale collaborazione dei musicisti all’ottavino e ai flauti, riesce a mettere la sua inconfondibile firma su uno spettacolo altrimenti sfuocato.

Sappiamo che non è 7 di dicembre senza grandi nomi fra i cantanti e quest’anno la star che omaggia Milano è certamente Ildar Abdrazakov, già recentemente impegnato in Ernani. Non si può dire che bene del suo Attila: la voce è scura ma mai sgraziata o volgare, il fraseggio sempre attento, mai approssimativo e il tutto contribuisce ad una ottima resa del personaggio, un Attila violento per necessità belliche ma non più feroce dei suoi nemici. L’ingresso è trionfale scenicamente e vocalmente, nel proseguio dell’opera le parti più riuscite sono quelle più riflessive in cui raggiunge il massimo dell’espressività, come in Mentre gonfiarsi l’anima, mentre nei brani d’insieme il suo contributo è sempre vigoroso.

Accanto ad Attila, troviamo l’Odabela di Saioa Hernàndez, soprano spagnolo, conosciuta ed apprezzata in Italia per le sue performance come Wally, Gioconda e Tosca, oltre ad un paio di ruoli Verdiani (Luisa Miller e Leonora). Certo il debutto alla Scala nella serata dell’inaugurazione è un passo importante che la Hernàndez ha affrontato, almeno nell’anteprima, con cautela. La tremenda sortita e l’impegnativo duetto che segue sono risolti molto bene tecnicamente, le agilità, la sicurezza ed omogeneità in tutti i registri non mancano, si percepisce solo una certa tensione che forse non le permette di replicare le performance a cui avevamo assistito, ma era naturalmente tutt’altro contesto. L’aria Oh! Nel fuggente nuvolo, di cui dicevamo prima per il video di sfondo, è cantata con attenzione e purezza nella linea vocale, mancando anche qui quel pizzico di trasporto e ricchezza nelle mezzevoci che sono certamente nelle sue corde. Nell’ultimo atto invece tende inspiegabilmente ad ingrossare leggermente i suoni nel registro medio-grave stimbrando un pochino la sua bella voce.

Ci dispiace invece dover scrivere che Fabio Sartori ha confermato le nostre aspettative in negativo. Il tenore ha un incredibile strumento vocale che gli permette di raggiungere volumi fuori dal comune ma questo non può bastare. Non può certo essere abbastanza per interpretare un personaggio che vede nelle pagine dolenti e appassionate i brani più significativi. La difficoltà principale di Sartori sta nella pessima gestione del passaggio di registro superiore: nel tentativo di mascherare tale difetto però sono di conseguenza rovinati la linea vocale complessiva e il fraseggio. In Ella in poter del barbaro! non lo aiuta Chailly che stacca un tempo molto lento, il Maestro invece è costretto a seguirlo come può nell’immediatamente successiva Cara patria, già madre e reina. Per la romanza del III atto è stata scelta la versione alternativa Oh, dolore, ed io vivea scritta per Moriani ma anche qui mancava tutta la morbidezza e dolcezza necessaria, per cui proprio il tenore ottocentesco passò alla storia.

Per chiudere con le note positive, passiamo alla buona prova di George Petean come Ezio. Il baritono unisce solidità a morbidezza vocale, timbro brunito a notevole duttilità nei passaggi più agili. Dispiace che il duetto iniziale non sia perfettamente riuscito nel complesso perché invece la performance nell’aria del II atto è stata ottima e conclusa con un acuto squillante e potente. Completavano il cast, i bravi Francesco Pittari (Uldino) e Gianluca Buratto impegnato nel breve monito di Leone.

I giovani che affollavano il teatro martedì 4 hanno accolto i cantati, direttore e regista con entusiasmo, aspettiamo ora il pubblico e la critica che seguiranno alla prima, buon Sant’Ambrogio a tutti.

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Bellini e la Scala, un raro e felice incontro

12 luglio 2018, Teatro alla Scala Continua a leggere Bellini e la Scala, un raro e felice incontro

Perle emiliane: Gioconda e Devereux per due giganti della lirica di oggi

Questo inizio di primavera ha riservato grandi soddisfazioni per l’appassionato che, spinto dalla curiosità e dalla voglia mai sopita di rappresentazioni, si sia spinto fuori città e si sia recato prima a Piacenza e poi a Parma. Continua a leggere Perle emiliane: Gioconda e Devereux per due giganti della lirica di oggi

Una pretenziosa Cenerentola al Sociale di Como

Direttrice Lin Yi-Chen
Regia Arturo Cirillo
Scene Dario Gessati
Costumi Vanessa Sannino
Light designer Daniele Naldi
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina

Coro OperaLombardia
Orchestra I Pomeriggi Musicali

Don Ramiro Ruzil Gatin
Dandini Clemente Antonio Daliotti
Don Magnifico Vincenzo Taormina
Clorinda Eleonora Bellocci
Tisbe Elena Serra
Angelina Cecilia Molinari
Alidoro Alessandro Spina

Torniamo al Teatro Sociale di Como dopo l’inaugurazione della stagione lirica a settembre con Ettore Majorana, opera contemporanea in prima assoluta sulla misteriosa sparizione del fisico siciliano. Ne usciamo un po’ perplessi dopo una rappresentazione del capolavoro rossiniano caratterizzata da tante, talune buone, intenzioni che tuttavia non hanno visto una compiuta realizzazione all’atto pratico. Ci riferiamo soprattutto alla regia di Arturo Cirillo e la direzione della giovane Lin Yi-Chen.

La messinscena parte da una impostazione antirealistica, tra il fiabesco e il surreale, che coinvolge i bizzarri e divertenti costumi di Vanessa Sannino, la recitazione e parte delle scenografie — gradevole la tappezzeria con decorazioni fito e zoomorfe che campeggia nel palazzo del principe. Accanto a una impostazione tutto sommato tradizionale, si inseriscono quattro servi muti che intervengono alle dipendenze dei personaggi per veder realizzati i desideri o comandi di questi. Lo spettatore che ha assistito alla Cenerentola romana di Emma Dante dello scorso anno non può che notare i forti richiami a quello spettacolo (nei costumi e i mimi appunto, ma anche nella carrozza e nell’atmosfera complessiva); allo stesso modo una serie di altre trovate pseudo-originali ricordano regie già viste: ci ha convinto il coro che compare in un ‘loggione’ che si affaccia sulla scena (vedi Giovanna d’Arco che inaugurò la stagione scaligera) ma meno lo scomparire della scenografia con quinte a vista nel finale (vedi Otello di Rossini e Don Giovanni per la regia di Carsen, entrambi spettacoli visti a Milano). Insomma tante idee messe insieme per uno spettacolo piacevole ma alla lunga un po’ stucchevole.

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Coraggio e determinazione apprezzabile negli intenti ma meno nei risultati ha dimostrato anche Lin Yi-Chen. Almeno a nostro modo di vedere, la direttrice — sì, siamo fra chi declina sempre al femminile i sostantivi — si ispira nel modo di dirigere Rossini a quanto ha fatto Riccardo Chailly ne La Gazza ladra in Scala: una direzione energica, precisa nei tempi e corposa nelle dinamiche, una direzione che lascia ben poco spazio alle voci e che sottolinea gli aspetti più drammatici, nel senso di tensione teatrale, della musica rossiniana. Tuttavia se queste sono le analogie e ricordando come avevamo espresso perplessità anche in quell’occasione, c’è anche da dire che la Chen non ha certo a disposizione l’orchestra del Teatro alla Scala e che Cenerentola non è Gazza Ladra. Anche a non voler menzionare qualche nota mancata dai legni qua e là, l’intevento degli ottoni è sempre pesante ed eccessivo. Inoltre in tutte le parti concertate il volume orchestrale tende a coprire le voci e in non pochi casi si è verificato qualche scollamento con il palcoscenico. Fortunatamente nel secondo atto è andata decisamente meglio che nel primo in una complessiva ricerca di un maggior equilibrio ma che le parti più riuscite sono state le due pagine orchestrali — la Sinfonia iniziale e il Temporale che precede il finale II — la dice lunga.

I cantanti, che secondo la nostra sensibilità dovrebbero essere sempre protagonisti, non risultano certamente agevolati. Angelina era la bravissima Cecilia Molinari: il mezzosoprano possiede un timbro caldo e morbido, una voce omogenea nei registri e precisa nelle colorature e un fraseggio sempre espressivo. Clemente Antonio Daliotti è un baritono dalla voce importante che in futuro potrà forse guardare a ruoli più impegnativi ma che per ora giustamente interpreta la parte di Dandini con prudenza e buona espressività. A fronte di fiati un po’ corti, sono una maggiore esperienza e la precisione encomiabile nelle agilità i punti di forza di Alessandro Spina (Alidoro). Ruzil Gatin, a fronte di un registro acuto dove sfodera un volume strabordante — stupisce addirittura nelle variazioni di Sì, ritrovarla io giuro con un acuto ribattuto —, ha però nel resto della voce ancora da lavorare per acquisire omogeneità di emissione e fraseggio più convincente. Vincenzo Taormina ha dato a Don Magnifico una voce simpatica ma è certamente stato il più penalizzato dalla direzione nelle sue tre celebri arie, ove le parti sillabate e i finali erano soverchiati dall’orchestra. Completavano il cast Eleonora Bellocci, una Clorinda che è riuscita a strappare risate e applausi nella sua aria poco prima del finale II, ed Elena Serra, una Tisbe da timbro un po’ grezzo.

Al di là della complessiva riuscita del singolo spettacolo, fa piacere riscontrare come il teatro di Como conservi un affezionato pubblico che non manca mai di riempire il Sociale.

Anteprima di Andrea Chénier in Scala, in attesa di Sant’Ambrogio

Da poco conclusasi la stagione 2016/2017 con una nuova opera commissionata a Salvatore Sciarrino, già è tempo di inaugurazione in vista dell’anno che verrà. Continua a leggere Anteprima di Andrea Chénier in Scala, in attesa di Sant’Ambrogio